Coronavirus, in Ciad chiuse le moschee: si prega in strada

Le misure sono state adottate per prevenire la diffusione del virus: nelle chiese cattoliche e nelle moschee vietate le celebrazioni e raccomandata la 'Chiesa domestica'
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ROMA – “Di fronte all’emergenza lo Stato, la Chiesa cattolica e le autorità musulmane hanno adottato le misure appropriate per prevenire la diffusione del virus. La parola d’ordine è confinamento: nessuna celebrazione nelle parrocchie, nessuna preghiera nelle moschee, nessuna riunione di più di 50 persone, chiusura di ristoranti e bar. Gli unici servizi che rimangono aperti devono rispettare le misure indicate: lavarsi le mani, mantenere la distanza di un metro, etc. Il problema maggiore è il rispetto di queste misure da parte delle persone. Non è raro vedere i musulmani pregare in gruppo sul ciglio della strada e persino in alcune moschee, nonostante il ripetuto annuncio del Consiglio superiore degli Affari islamici di pregare in famiglia”. Così padre Fidele Katsan, responsabile dei missionari comboniani in Ciad, nella capitale N’Djamena, in un’intervista rilasciata alla rivista Nigrizia.

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Il religioso, che è rientrato un mese fa dall’Italia, mette l’accento anche sulle difficoltà economiche provocate dalle misure restrittive messe in atto nel Paese per contenere i contagi da Covid-19. “La grande sfida che le persone devono affrontare in questo periodo di confinamento è la sopravvivenza” dice padre Katsan. “Qui la prima cosa che la gente si chiede è come può vivere in isolamento quando tutto dipende dal commercio informale per la sopravvivenza quotidiana e soprattutto senza alcun aiuto da parte dello Stato. La gente deve uscire in cerca del pane quotidiano”.

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Per padre Katsan una delle questioni più delicate è anche quella culturale: “Qui le persone sono abituate a stare insieme sullo stesso tappeto, prendere il tè in compagnia o mangiare dallo stesso piatto. Per far rispettare queste istruzioni, il governo ha schierato la polizia e i militari per le strade. Domenica scorsa i soldati sono stati messi di fronte a tutte le chiese cattoliche per impedire possibili celebrazioni della messa. Le istruzioni della Conferenza episcopale sono chiare: nessuna celebrazione nelle parrocchie con la presenza dei fedeli; rivalutare la Chiesa domestica, che è la famiglia pregando il rosario e leggendo la Parola di Dio”.

Secondo il missionario, la popolazione locale deve ancora prendere coscienza del rischio che si incorre nel non prendere le precauzioni adeguate: “L’impressione che abbiamo qui a N’Djamena è che parte della popolazione vive ancora spensierata pensando che il virus non possa infettare i ciadiani. Questo modo di pensare ha preso piede soprattutto quando è risultato evidente che le prime persone infette erano tutte straniere: un marocchino, un francese, un indiano, un camerunese. Attualmente tra i sette casi riconosciuti dal Ciad, due sono autoctoni. Anche con questi dati alcune persone si ostinano a dire che sì, sono ciadiani, ma contaminati altrove, non qui”.

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