VIDEO | La storia di Anna: la ctu chiede affido condiviso con il padre che non c’è

La psicoterapeuta Rucci: "Il discorso della violenza non viene mai considerato"
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Con la collaborazione di Annalisa Ramundo

ROMA – Anna (nome di fantasia, ndr) è un’altra mamma coraggio che rischia di perdere la sua bambina, Sara (nome di fantasia, ndr), di sei anni che, ancora oggi, legge alla mano, è riconosciuta solo da lei e non dal padre biologico. Una mamma che spera ‘che sua figlia cresca in fretta’ perché lei ‘è impedita nel suo ruolo e non può proteggerla’. Con lei, negli studi dell’agenzia Dire, ad approfondire il suo caso la presidente di Maison Antigone, Michela Nacca, con Bruna Rucci, psicoterapeuta e Ctp dell’associazione nata, a giugno 2017, per occuparsi di violenza sulle donne e di cosa essa generi nei tribunali a danni di madri e bambini.

C’è un’ideologia che vuole far sì che la violenza sia considerata normale, sia accettata, non sia riconosciuta come reato. Nel ddl Pillon e negli altri ddl ad esso collegati, tra cui il ddl 45, erano previsti un grave depotenziamento della penalizzazione del reato di maltrattamenti in famiglia, la depenalizzazione del reato di incesto e la depenalizzazione del reato derivante dalla violazione degli obblighi di assistenza familiare post separazione. Non parliamo solo dei ddl presentati in Italia, ma di disegni di legge analoghi anche approvati in altre nazioni, a partire dal Brasile. E se da una parte c’è una richiesta di depenalizzazione del reato di maltrattamento domestico ecc., dall’altra c’è una richiesta di riconoscimento del reato di alienazione parentale di cui in genere vengono accusate le madri, presente anche nel ddl Pillon. C’è un movimento di pensiero, una filosofia, una pedagogia e una psicologia nera, che sa bene dove vuole arrivare e che noi non dobbiamo più sottovalutare. La richiesta alle Istituzioni è quella di ascoltarci, di non sottovalutare la nostra richiesta di aiuto, la richiesta di aiuto delle mamme’. Queste sono le parole della presidente Michela Nacca che introducono ‘il calvario’ di Anna e di tante altre mamme come lei. ‘La mia bambina è ancora con me anche perché al momento è riconosciuta solo da me. Quando rimango incinta il padre decide di sparire perché mi rifiuto di abortire, il mio calvario però non inizia in quel momento, ma quando decide di ritornare sui suoi passi ben oltre la nascita della bambina e di reclamare la sua paternità’. Anna parla con molta calma, cercando di sottolineare l’assurdo legale del suo caso: ‘Siamo ancora in assenza di un decreto di riconoscimento- ha spiegato- c’è un solo genitore- per la legge- ma si parla già di modalità di affido. Quest’uomo aveva già esercitato violenza su di me e quando ricompare lo fa con le stesse modalità di quando era sparito. Minacce, appostamenti sotto casa- ha raccontato- una serie di cose che mi mettono in allarme e mi spingono ad affidarmi ad un legale. Ad un certo punto inizia una persecuzione istituzionale. Questo padre si rivolge al tribunale per chiedere il riconoscimento della bambina e inizia il calvario perché il giudice, benché in questa storia ci sia soltanto un genitore, dispone ben due Ctu. La prima, una via crucis, dura più di un anno e la bambina viene costretta da subito a conoscere il papà. Non c’è alcuna gradualità negli incontri con il padre, sono costretta a lasciare la bambina da sola con lui nella sua casa e Sara mostra subito segni di grandissima insofferenza’.

‘Non c’è modo di controllare questi incontri che avvengono nella casa del papà. Mia figlia- ha detto ancora Anna- mi riferisce di botte, castighi e grande sofferenza da parte sua. Nonostante tutto questo e molte figure, tra le quali gli insegnanti di Sara, abbiano già riferito al Ctu, la prima consulenza si è conclusa con un verdetto di madre ostativa e inadeguata. La prima Ctu è stata annullata grazie alla mia consulente e all’avvocato e il giudice ha disposto una nuova consulenza, che però non è andata diversamente dalla prima. Tutti i riferiti di violenza miei e della bambina- ha puntualizzato Anna- sono stati derubricati, continuo ad essere definita una mamma che ha innescato un conflitto di lealtà nei confronti della bimba, e a Sara il conflitto di lealtà viene diagnosticato a 18 mesi. Tutti i suoi comportamenti sono attribuiti esclusivamente al rapporto che ha con me, mamma simbiotica’.

‘L’elemento ricorrente in storie come quelle di Anna- ha sottolineato la psicologa e psicoterapeuta Bruna Rucci, intervenuta sul caso come esperta- è che il bambino non viene creduto. Puo’ essere anche di 8-10-12 anni, con dei riferiti puntuali di violenza, abuso sessuale addirittura, o, semplicemente, di ‘inadempienza e di non capacità genitoriale’ per uno sviluppo sano e adeguato, anche questo dovrebbe essere un motivo più che sufficiente per limitare o supervisionare gli incontri con un minore. C’è il famosissimo concetto, oggi abusato, delle false accuse, che è semplicemente una modalità per chiudere la bocca ai bambini. Anche le mamme non sono credute, per cui sono sempre loro le artefici della problematica del bambino nei confronti del padre. Siamo arrivati al paradosso che le Ctu, o anche gli assistenti sociali, invece di valutare qual è il rapporto sbagliato, la modalità disfunzionale, che ha un padre nei confronti del bambino, agiscono sulle madri. Certo, nei casi di violenza o di pedofilia è chiaro che ci deve essere soltanto un divieto di avvicinamento al bambino. Ma, laddove ci fossero semplicemente delle modalità aggressive, inadeguate, manipolatorie da parte del padre, tutto questo non viene considerato. Il padre è sempre e comunque, a prescindere, un bravo padre, un padre che ha diritto ad esercitare la sua genitorialità. La madre, invece, che magari ha denunciato delle violenze, oppure che cerca semplicemente di tutelare il proprio bambino, è colei che deve dimostrare di non essere inadeguata’. Nella storia di Anna infatti ‘la controparte ha chiesto che la bambina le sia allontanata e il Ctu, pur non arrivando a questa conclusione, parla comunque di conflitto di lealtà e chiede l’affido condiviso e tempi paritetici. Il tutto senza tenere in minimo conto le condizioni della bambina e il modo in cui questo padre si relaziona a lei’. E’ la stessa Anna che ha registrazioni in mano che documentano il disagio e la sofferenza della piccola Sara.

‘Ho registrazioni di due ore in cui questo padre urla contro la bambina perché lei non si comporta come lui vorrebbe. Sara si fa la pipì addosso per la paura e questo è un po’ una costante nella storia di mia figlia perché anche le maestre di scuola riferiscono che quando è il padre ad andare a prendere la bambina, Sara, presa da grande paura, si fa la pipì addosso. Mi viene detto- ha dichiarato Anna- che è troppo piccola per essere creduta. Ho provato a dimostrare attraverso registrazioni che la bambina, invece, si prepara addirittura il giorno prima con grandi pianti e disperazione agli incontri con il padre, ma non vengono acquisite’.

La psicologa Rucci introduce una riflessione più generale su quello che sta accadendo nei tribunali italiani. ‘C’è una psicologia nera che ormai viaggia a parte rispetto a quella clinica e alle neuroscienze. La teoria dell’attaccamento madre-figlio procede in maniera completamente distorcente per cui il legame madre-figlio sembra quasi debba essere reciso il prima possibile. Seguo casi di bambini piccolissimi, anche più piccoli di due anni, che non hanno alcun rapporto con il padre e che vengono ‘consegnati’ nel vero senso della parola a questo genitore anche la notte, quando la psicologia dell’età evolutiva sa perfettamente che il bambino fino almeno ai 5-6 anni ha bisogno di un esclusivo rapporto di vicinanza con il suo caregiver principale che è la madre. Tutto questo non viene considerato all’interno dei Tribunali, la madre è sempre colpevole, vengono coniati continuamente nuovi termini perché ormai di alienazione si parla molto poco, perché sanno che non ne possono parlare più di tanto. La madre diventa simbiotica, con conflitto di lealtà, malevola, vecchi termini gardneriani, o diventa adesiva, ostacolante. Parliamo di terminologie che servono semplicemente a porre l’obiettivo discriminatorio nei confronti del ruolo materno. Quindi è la madre, all’interno della Ctu, che deve dimostrare di non essere ostacolante e di aiutare il figlio a stabilire un rapporto con il padre; non è lui che deve modificare determinati atteggiamenti, mettersi in discussione e magari seguire un percorso. Tutto questo- ha precisato Rucci- nei casi in cui non c’è violenza ovviamente perché laddove ci sia, secondo la Convenzione di Istanbul, il bambino non dovrebbe proprio essere consegnato nelle mani del padre. Il discorso della violenza non viene mai considerato all’interno delle Ctu. Io, e gli avvocati con i quali collaboro, cerchiamo sempre di fare in modo che il penale entri all’interno della consulenza. Ci sono padri che sono stati non solo rinviati a giudizio – che è già grave perché la Convenzione di Istanbul ci dice che semplicemente il sospetto di violenza e di abuso ci deve allertare e deve fare in modo che il rapporto del bambino con il violento sia supervisionato o addirittura non debba esserci – e le Ctu vanno avanti tranquillamente, anche con padri condannati. Con Maison Antigone noi- ha detto la psicologa- il penale lo facciamo entrare per forza. Abbiamo avuto delle situazioni con cui siamo riuscite, con l’altra avvocata di Maison Antigone Simona D’Aquilio, anche ad avere un affido esclusivo ad una mamma. Ma siamo molto pochi a farlo. La teoria dell’alienazione l’ho riscontrata sempre, dopo qualche anno della legge 54 del 2006, con l’affido condiviso, c’è stato un crescendo anche quando il genitore è inadempiente o violento. Il diritto alla bigenitorialità ha completamente tralasciato il diritto di un bambino a vivere serenamente e a decidere con chi vuole vivere, e se vuole vedere o meno un genitore’.

Anna ha spiegato: ‘Il mio è un caso emblematico di una cultura patriarcale. Mia figlia è nata in una famiglia monogenitoriale e questa cosa è stata vista come se fosse uno svantaggio. Mi è stato detto: piange una volta, piange la seconda e poi si abitua, l’importante è che gli incontri con il padre avvengano. Più volte sono stata sconsigliata di sporgere delle querele. La mia paura per Sara è che se si dovesse davvero giungere al riconoscimento da parte del padre non ci sarà un argine alla violenza. Temo molto per la vita della bambina e per la sua incolumità psicologica. In questo momento è in grandissima sofferenza, vorrebbe evitare con tutte le sue forze questi incontri, ma non può, sta perdendo fiducia in me, nella sua mamma, perché non sono in grado di proteggerla, perché la porto agli incontri nonostante la sua disperazione’.

‘I casi di alienazione- ha spiegato la presidente di Maison Antigone, avvocata rotale Michela Nacca- sono aumentati. I primi che abbiamo visionato quando ancora non eravamo costituite in associazione forse 13-15 anni fa, erano rari. Dalla legge 54/2006 sono andati aumentando. Il grande balzo in avanti è stato fatto negli ultimi due anni. Un recente convegno di formazione per gli avvocati svolto a Roma ci ha informate che solo nell’ultimo anno e mezzo sono arrivate a 1.400 le richieste di intervento da parte dei giudici dei servizi sociali in casi di affido dei minori considerati particolarmente conflittuali. Quando si parla di un’elevata conflittualità quello è quasi sempre il segnale di una violenza sottesa. Arriviamo a 1.400 in neanche due anni quando fino al dicembre 2018 si parlava massimo di 200 casi l’anno, e questo soltanto per il tribunale di Roma. Laddove c’è la denuncia di violenza, in automatico si attiva un protocollo che coinvolge i servizi sociali e che prevede la nomina di un Ctu e che automaticamente arriverà quasi sempre all’esito che abbiamo ascoltato nella storia di Anna e Sara. Non è dovuto ad una superficialità come avevamo pensato 10 o 15 anni fa, dietro c’è una diversa scuola di pensiero internazionale che detta delle precise direttive. Mi occupo dello studio internazionale, ho preso contatti con oltre 100 professori universitari in tutto il mondo, con decine e decine di organismi e associazioni che si occupano di violenza istituzionale, di legal harassment, altrove è già stata data una definizione a questo tipo di violenza nuova, che è una rivittimizzazione in ambito istituzionale di donne, minori soprattutto, già abusati in ambito domestico. Ciò che ha testimoniato la signora Anna, si ripete in Italia, in America, in Canada, in Germania, in Francia, in Inghilterra. Ultimo di questi casi la storia di Thomas Valva, il suo omicidio da parte del padre, un abusante, al quale era stato affidato. Solo nelle ultime settimane sono arrivate tre storie simili a quella della signora Anna e della figlia Sara. Parliamo di bambini maschi e di tre tribunali diversi, Ancona, Venezia e Corte d’Appello di Bologna. In tutti e tre i casi parliamo di padri condannati per violenze, quindi siamo oltre il caso della signora Anna, padri che hanno scontato pene detentive, in un caso c’è una diagnosi pregressa di disturbo bipolare, quindi una spiegazione a questi atteggiamenti violenti. In tutti e tre i casi il tribunale civile e il tribunale dei minori hanno messo in discussione la capacità genitoriale non del padre, ma quella della madre. In tutti e tre i casi la Ctu ha dato un esito finale di sindrome della madre alienante o malevola, che non esistono, chiedendo un allontanamento immediato del bambino dalla madre e un affido in un caso ad una comunità, negli altri due direttamente al padre’. 

 I bambini, come Sara, non vengono creduti. ‘Le conseguenze del mancato ascolto dei minori- ha aggiunto Rucci- le stiamo già vedendo adesso. Ci sono tanti adolescenti o ragazzi maggiorenni che hanno subito un allontanamento dalla figura materna per essere collocati presso i padri da cui non volevano andare che appena raggiungono la maggiore età raggiungono la madre. Noi abbiamo anche un aumento statistico di ragazzi divenuti maggiorenni che chiedono di non avere più il cognome del padre e di prendere quello della madre. Questo è quando i casi vanno bene, quando il bambino riesce a superare l’enorme frattura traumatica dalla mamma e pur con grosse ferite e problemi riesce ad essere consapevole del percorso atroce che ha dovuto subire. Ci sono tantissimi bambini che questo strappo non riescono a ricucirlo, quindi abbiamo grosse depressioni, problemi di aggressività. Molti paesi del Nord Europa, ad esempio, stanno osservando quali sono i danni provocati dall’allontanamento del bambino dalla madre o addirittura da un collocamento paritario alternato che va tanto di moda. A parte la psicologia nera e l’adultocentrismo, a parte il fatto che la convenzione di Istanbul e il penale non viene considerato, c’è anche un forte pregiudizio nei confronti della figura materna’. ‘Viene considerata ostacolante, quindi inadeguata, per il fatto che non aderisce alle richieste del padre qualunque esse siano- ha precisato Nacca- e il troppo amore è diventata una patologia’.

Ha aggiunto la psicoterapeuta Rucci: ‘Anche la protezione è diventata di fatto una patologia. Vediamo questi bambini che finché non vengono costretti a queste frequenze assurde sono bambini completamente sereni che sono vissuti con la loro mamma tranquillamente: allegri, socievoli, creativi, molto avanti a livello cognitivo. Sono quasi tutti così. Già questo dovrebbe essere un parametro per cui uno psicologo, un neuropsichiatra infantile che vede un bambino allegro, solare, che va bene a scuola e ha rapporti positivi con i coetanei, deve riconoscere che questa mamma è stata brava e invece si è arrivati a dire che è una felicità situazionale’. Siamo arrivati al punto ha aggiunto Rucci, presentando alcuni casi che ha seguito direttamente che ‘tendono a non far allattare i bambini perché altrimenti bisogna aspettare un anno prima che possa stare con il padre ore e ore’. ‘Non possiamo definirci femministe- ha chiarito Nacca- ma abbiamo un debito di riconoscenza verso le femministe perché se non ci fosse stato il movimento femminista oggi io e la dottoressa Rucci non saremmo qui a difendere altre donne, saremmo ancora in cucina a cucinare‘.

Anna ai microfoni della Dire ha lanciato infine ‘un appello di responsabilità ai giudici. Dovrebbero pensarci due volte prima di disporre delle Ctu che potrebbero essere evitate. Il giudice nei quesiti di norma domanda al Ctu di fare chiarezza sulla vicenda e molto spesso invece la Ctu risponde che non è suo compito accertare la verità. Di sicuro, in questo modo, questo giudice non potrà decidere per il bene del minore. Spero che Sara faccia in fretta degli anticorpi in modo da poter interpretare la realtà e potersi in qualche modo proteggere da sola visto che io ad oggi vengo condannata proprio perché la voglio proteggere. Vorrei che si ritornasse alla giurisprudenza e non alla psicologia e che- questo il pensiero per la sua piccola figlia- Sara sapesse che io ho fatto di tutto per proteggerla, veramente di tutto’.

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6 Marzo 2020
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