Non sono solo mondiali, in ‘palio’ la montagna post Covid

piste da sci neve
Lo sci riparte a Cortina, ma in pista ci vanno questioni e sfide del presente e del futuro
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BOLOGNA – Quelli che iniziano a Cortina non sono solo dei Mondiali di sci. O meglio, potrebbero non esserlo. Beppe Severgnini scriveva che tra i 45 buoni motivi per apprezzare la montagna d’inverno c’è che “la settimana bianca è il primo miraggio dell’anno nuovo”. Calza: la montagna, oggi, incastonata nel simbolico mondiale di Cortina, si fa incrocio potente di questioni e sfide del presente e del futuro.

Cortina organizza un evento sportivo internazionale in epoca Covid. Senza pubblico, ma quanta gente: 60 atleti da 70 paesi, 3.500 persone coinvolte. È una riconquista importante, un riavvicinarsi collettivo ad un ambiente e a suggestioni che sanno di bellezza e, causa Covid, erano diventate improvvisamente più bramate, ma anche molto più lontane e imprendibili mentre picchi e piste si imbiancavano come non succedeva da tempo. Più che una beffa quasi una provocazione. Tanto da spingere a mettersi gli sci per risalire le montagne. Non era così consueto, prima. In epoca Covid le montagne che “ci guardano dall’alto in basso, ma senza supponenza” (Severgnini) hanno ricordato che non tutto è o sarà sempre così a portata di mano. L’alpinista e scrittore Enrico Camanni ha detto che il Covid ha ‘riscritto’ l’equazione sci-montagna: “Se la montagna è vista solo come un oggetto di consumo, quando la vetrina si svuota sembra che intorno non ci sia più nulla”. Risalendo, invece, ci si è accorti di un ‘vivere’ che passa da fatica-impegno, ma il gusto resta. Frenati dalle restrizioni, la montagna -anche dietro casa- non era più solo il desiderio di una fugace evasione. È diventata simbolo del riscoprire quanto, ogni tanto, l’ascesi (intesa come esercizio e allenamento ‘per’) sia salutare. Salire per ritoccare “la gioia di vivere e una vitalità contagiosa che aiuta anche gli altri”.

È un po’ la vitalità che traspare dal Mondiale di Cortina. Ma non è senza spine. A differenza di mare e spiagge, le montagne non hanno riabbracciato camminatori, turisti, sciatori. Un dramma per le economie locali, che lascia da risolvere la questione ristori: anche in montagna, dopo il Covid, si potrebbero non ritrovare attività a cui si era abituati. Non è un caso forse che proprio alla vigilia del Mondiali si annunci la riapertura impianti dal 15 febbraio. Basterà a salvare la stagione? La neve c’è… Ma si dovranno fare i conti ad esempio con gli accorgimenti anti-Covid (impianti non più strabordanti di passeggeri, tetto presenze nei comprensori…). Cortina con le sue soluzioni (perfino le bolle) fa da apripista. Anche qui sta una ‘lezione’: non tutto è o resta a portata di mano come prima. Ci vorranno rispetto, pazienza, attenzione.

E dietro l’angolo del Covid c’è il clima: anche a Cortina è stato feroce il braccio di ferro su sostenibilità-insostenibilità di un modello di sviluppo. Dopo i mondiali ci sono le Olimpiadi e già ora si legge che si è imboccata una via “rincorrendo un modello sciistico determinato da regole di sicurezza delle competizioni, necessità dello spettacolo, dall’accesso massivo in automobile, dai grandi flussi concentrati in pochi giorni invernali. È un modello erosivo delle risorse ambientali e di patrimoni non riproducibili che non dialoga con il suolo e il paesaggio…” (Antonio Longo, professore associato del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano su ‘Altraeconomia’). Come a dire, passino i Mondiali, ma se ne faccia ‘tesoro’.

Se il Covid ha fatto riscoprire la montagna, il perché è importante per tanti e tante cose, il suo essere scuola di vita, ma anche i suoi problemi… Cortina può e forse dev’essere non solo una ‘vittoria’ già prima delle gare, un vero simbolo di speranza, ma anche il dirsi che ci sono stili di vita e modelli di sviluppo da cambiare con coraggio e fiducia. Del resto, “su una spiaggia bianca si può bluffare, su pista nera no”.

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