Rettore Unicusano: “Troppo spesso si dimentica la valenza del buon utilizzo della nostra lingua”

Dopo la lettera inviata da 600 docenti in relazione alla scarsa conoscenza della lingua italiana da parte degli studenti, l'invito è quello di "dare l'esempio"
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ROMA  – La lettera “inviata da 600 docenti universitari al Governo in relazione alla scarsa conoscenza della lingua italiana e alla difficoltà dei giovani in merito al suo corretto utilizzo, mi dà lo spunto per trattare un tema da sempre – già come studente – a me molto caro e, soprattutto, assolutamente rilevante per la formazione e la crescita culturale delle nuove generazioni”. Lo scrive Fabio Fortuna, magnifico rettore dell’Università degli studi Niccolò Cusano.

“Nella frenetica ma giustificata corsa all’internazionalizzazione– spiega- spesso si è perso di vista il fatto che rimaniamo a tutti gli effetti italiani e si sottovaluta la bellezza e l’importanza della nostra lingua. Ci si preoccupa, giustamente, di sottolineare la necessità di apprendere l’inglese e, se possibile, altre lingue straniere; ci si dimentica sempre più spesso però della valenza del buon utilizzo della nostra. Le due cose non sono alternative ma assolutamente complementari e integrabili; l’una non esclude l’altra! E’ necessario essere al passo coi tempi e curare la conoscenza delle lingue straniere ma, nel contempo, anche imparare nel modo dovuto la nostra che continuerà ad esistere ed essere utilizzata all’interno dei nostri confini e non solo! Saper parlare, comunicare, scrivere bene in italiano rimane elemento fondamentale e risulta aspetto decisivo per noi docenti per chiarire in modo efficace anche i concetti più difficili delle discipline oggettivamente più ostiche; per gli studenti, è lo strumento fondamentale di adeguata comprensione nella fase formativa per trasformarsi successivamente in mezzo insostituibile per imporre la propria Personalità nelle vicende umane e culturali della vita. Credo che quest’ ultimo sia un dato di fatto incontestabile che molti di noi hanno potuto verificare nella propria esperienza; è quindi un nostro dovere trasmettere ai giovani la giusta attenzione al corretto modo di esprimersi in forma verbale e scritta”.

“Lo spirito delle osservazioni che seguono – che da anni espongo con forza in ogni occasione pertinente, compresa la Relazione inaugurale dell’Anno accademico – non è quindi improntato al timore manifestato in merito alle carenze linguistiche che rendono più difficile la prosecuzione degli studi nel percorso universitario- dice ancora Fortuna- ma ha un valore assoluto; mi sembra riduttivo e pericolosamente limitativo, infatti, preoccuparsene soltanto in riferimento alle difficoltà connesse a tale aspetto. L’esperienza maturata sul campo, avendo insegnato per tanti anni nelle scuole secondarie superiori per poi approdare alla carriera universitaria, mi consente di avere una visione ad ampio spettro sulla problematica ben nota e mai affrontata nel modo dovuto”.

“E’ evidente- continua il rettore dell’Università Niccolò Cusano- che le lacune accumulate nel corso del processo di formazione maturato nella scuola primaria e secondaria sono difficilmente recuperabili e che si debba intervenire in tali fasi della scolarizzazione degli studenti. Negli ultimi decenni, l’innovazione e i processi di modernizzazione della didattica non sono stati accompagnati da un adeguato mantenimento di metodologie che, contemperando tali aspetti con modalità tradizionali, potessero consentire il corretto apprendimento degli elementi fondanti della lingua; opportuno, quindi, il richiamo dei colleghi e il grido d’allarme lanciato tardivamente qualche giorno fa. Come si può pensare, infatti, all’abbandono completo delle tecniche di apprendimento tipiche del passato ma valide nel presente e nel futuro; spesso si è sottovalutato il problema e si sono affermate mode e metodologie tendenti al superamento dei metodi tradizionali – come, ad esempio, analisi logica e del periodo – e delle prove – come temi, riassunti, ecc. – trascurandone gli effetti deleteri”.

“Non si può nemmeno pensare al riguardo che la lettura, tanto invocata da professori e studiosi, possa supplire pienamente al graduale apprendimento da realizzare sui banchi di scuola; può essere, a mio giudizio, un elemento di rafforzamento, miglioramento e affinamento ma assolutamente non sostitutivo. Non sono un professore d’italiano- scrive ancora il rettore dell’Unicusano- ma sono onorato di esserne un cultore appassionato, sicuro che il brillante utilizzo della nostra lingua sia foriero di soddisfazioni e determinante per il raggiungimento di risultati di equivalente livello”.

“Spesso mi è successo e mi succede- continua Fortuna- di fare lezione di grammatica, sintassi e lessico in virtù dell’amore per la nostra lingua e della convinzione della sua importanza per i giovani; ho sempre ritenuto e ritengo tuttora, infatti, che – per loro come per tutti – fosse e sia più determinante acquisire buona padronanza nell’esprimersi correttamente piuttosto che conoscere una nozione in più – o sacrificarne qualcuna – all’interno delle discipline che insegno. I nostri giovani devono crescere ritrovando la passione per la nostra lingua così ricca di opzioni per illustrare i medesimi concetti con differenti termini ed espressioni; dico sempre di sentire le parole nelle proprie orecchie per valutarne pertinenza, eleganza e raffinatezza. Credo che tali convincimenti debbano maturare in ogni docente ed essere interiorizzati – se ciò ancora non fosse avvenuto – da tutti coloro che svolgono attività formativa a qualsiasi livello, senza rimanere ancorati alla ristrettezza dei propri contenuti disciplinari”.

“Allora anche noi docenti universitari, a prescindere dal settore scientifico-disciplinare di nostra competenza, non culliamoci sollevando critiche ai precedenti cicli d’istruzione e scaricando le responsabilità sul passato- dice Fortuna- rimbocchiamoci le maniche e contribuiamo fattivamente in questo senso, senza evocare continuamente le carenze accumulate nella scuola primaria e secondaria. Diamo l’esempio utilizzando correttamente e con grande appropriatezza espressioni e termini; costruiamo periodi brevi che si snodano con soggetto, verbo e complemento oggetto, con una consecutio temporum inappuntabile; evitiamo l’uso di intercalari del tipo diciamo, praticamente, quelli che e quelle che, come dire, ecc. che servono solo a prendere tempo, non hanno alcun significato, appesantiscono il periodo e costituiscono prolissità che danneggiano la chiarezza espositiva; curiamo la costruzione del periodo con attenzione al congiuntivo e al condizionale; alleniamo gli studenti all’utilizzo di frasi incidentali e periodi ipotetici; e così via”.

“In sostanza- conclude il rettore dell’Università Niccolò Cusano- dobbiamo abituare i giovani a parlare e scrivere con chiarezza espositiva e proprietà di linguaggio; con un po’ di pazienza, virtù non nota purtroppo a tutti pur costituendo elemento primario nell’attività di un buon docente, riusciremo a produrre effetti positivi aiutandoli a migliorare. I miracoli non si possono fare ma il nostro impegno è determinante! E’ necessario rivitalizzare il corretto utilizzo della lingua italiana e attribuirle l’importanza che le spetta e merita; come dico sempre agli studenti, quest’ultima ha costituito, continua a costituire e secondo me costituirà sempre il biglietto da visita di ciascun individuo nella vita personale e professionale. Ciò, peraltro, non contrasta assolutamente con l’esigenza di apprendere adeguatamente le lingue straniere, in particolare l’inglese la cui conoscenza approfondita, come già sottolineato, è oggi assolutamente indispensabile”.

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