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VIDEO | Al museo Maxxi di Roma 73 foto per la mostra dei 50 anni di Medici senza frontiere

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La presidentessa di Msf Claudia Lodesani ne ha parlato con l'agenzia Dire nel giorno dell'inaugurazione
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ROMA – “Medici senza frontiere è nata nel 1971 da un gruppo di medici e giornalisti, un aspetto fondamentale per noi perché crediamo che non si possa fare il medico senza raccontare quello che vediamo. La collaborazione con fotografi e giornalisti è un pilastro della nostra attività”. Ne è convinta la dottoressa Claudia Lodesani, presidentessa di Medici senza frontiere. L’agenzia Dire la intervista nel giorno in cui l’ong inaugura al museo Maxxi di Roma la mostra Guardare oltre – Msf e Magnum: 50 anni sul campo, tra azione e testimonianza’, altra occasione per celebrare il cinquantenario di attività dell’organizzazione.

Fino al 14 novembre, sarà possibile vedere gratuitamente una selezione di 73 scatti – tra foto storiche d’archivio e quattro nuove produzioni – che raccontano cinque decenni di interventi di Msf: dai conflitti in Afghanistan e Libano, con la carestia in Etiopia, tra gli anni ’70 e ’80, al genocidio in Ruanda e il massacro di Srebrenica, negli anni ’90, arrivando al terremoto ad Haiti del 2010 fino alle attuali rotte migratorie in Messico, Grecia e nel mar Mediterraneo, compreso l’impatto della pandemia di Covid-19 nelle regioni più vulnerabili.

La collaborazione con la Magnum- prosegue Lodesani- ci ha accompagnato in questi anni, e l’aspetto interessante di questa mostra è che evidenzia bene come certe crisi si ripetono”. Un esempio è costituito dall’Etiopia: “così come negli anni ottanta la carestia fu una crisi dimenticata, così lo è oggi il conflitto nel Tigray. Una parte della mostra è dedicata infatti ai rifugiati che, a partire dal 2020, hanno lasciato il Tigray verso il Sudan”.

Una mostra che è anche occasione per denunciare violenze contro cronisti e operatori umanitari: “In questi ultimi anni- avverte la presidentessa di Medici senza frontiere- il mondo del giornalismo e dell’umanitario sono sotto attacco: vediamo ospedali bombardati o reporter minacciati o uccisi”. La collaborazione tra questi due settori dunque “è fondamentale: noi offriamo vicinanza alla crisi mentre i reporter raccontano ciò a cui assistiamo”.

Tra i nomi protagonisti della mostra, c’è quello di Gilles Peress, che ha raccontato l’impotenza di fronte al genocidio in Ruanda, quando tra l’aprile e il luglio 1994 vennero uccise quasi un milione di persone. Paolo Pellegrin nel 2015, a bordo della Bourbon Argos, ha raccontato le prime attività di Msf ricerca e soccorso di migranti nel Mediterraneo. L’obiettivo di Enri Canaj ha raccontato la condizione di migranti e rifugiati sulle isole greche di Lesbo e Samos, mentre Newsha Tavakolian si è dedicato alle donne nei campi sfollati dell’Ituri in Repubblica Democratica del Congo, dove 2,8 milioni di persone sono vittime di violenze e scontri. La macchina di Yael Martinez ha documentato la rotta migratoria tra Messico e Honduras dove migliaia di persone percorrono chilometri a piedi o in autobus per sfuggire a violenze e instabilità ma restano bloccate per mesi in città pericolose vittime di rapimenti ed estorsioni. Tutte zone dove Msf ha portato aiuti di emergenza o progetti di lungo respiro: “Con questa mostra vogliamo raccontare le nostre attività a chiunque voglia ascoltare- conclude Lodesani- dando però la priorità alle vittime di queste crisi dimenticate, dando loro voce. Sono loro i grandi protagonisti di queste immagini”. 

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DiRE» e l’indirizzo «www.dire.it»

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