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Giornata mondiale degli insegnanti, la voce dei docenti da Bologna a Genova

Il racconto di una professione che cambia
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BOLOGNA – In occasione della Giornata mondiale dell’insegnante che si celebra oggi, alcuni docenti hanno raccontato alla Dire il loro punto di vista sul “mestiere più bello del mondo“, come lo definisce Simona, una docente bolognese di un istituto di provincia.

Stare con i ragazzi e vedere i loro occhi accendersi è quello che da un senso a tutto- aggiunge Simona- per il resto non c’è niente da festeggiare: siamo cavie inascoltate trattate perlopiù senza dignità”. E così si inanellano una serie di racconti dal sapore agrodolce, come quello di una ex collega di Simona che racconta: “Le gratificazioni sono ben poche se non quella di stare in mezzo ai ragazzi, nella bellezza e nella difficoltà di entrare in comunicazione con loro soprattutto dopo questi due anni in cui ci ritroviamo dietro a un computer facendo finta che vada tutto bene ma non è così. Adesso nel rivederli la difficoltà è quella di riscoprire la bellezza dei rapporti collettivi, di affrontare ciò che è cambiato nel modo di rapportarsi, di interagire, di comunicare e di essere. Detto questo quello che secondo me è importante e che ripeto a me stessa ogni giorno è che la scuola è un luogo di apprendimento collettivo. La sfida, credo sia quella di ricordarci che per fare una scuola degna di questo nome bisogna lavorare insieme, a partire da noi insegnanti e non solo sulle scartoffie delle burocrazia che ci sta uccidendo perché siamo in continuazione piccoli operai che compilano, che scrivono e riempiono moduli per i registri perdendo di vista la cosa più importante che è il contatto fra di noi e con i ragazzi”.

Dello stesso avviso un insegnante di un liceo di Bologna che chiede di rimanere rigorosamente anonimo “perché- dice- sono tempi difficili” e confida una frustrazione simile: “Sono particolarmente poco ispirato per questa riflessione, ma forse il punto è proprio questo: vorrei tornare a fare il mio lavoro, cioè insegnare. Qualcosa a qualcuno“. Sempre da un liceo di Bologna una collega spiega una condizione che ad oggi riguarda molti insegnanti: “La mia esperienza da docente non è in linea con la classica figura dell’insegnante che, ricevuto l’incarico a tempo indeterminato, può dedicarsi ad insegnare nelle classi a lei assegnate. No, il mio ruolo è differente, io mi ritrovo ingabbiata nel ruolo di docente di potenziamento, sei anni senza classi a cui trasmettere il mio sapere e la mia passione per l’arte. Mi ritrovo con tante ore di messa a disposizione, a volte mi sento l’insegnante di riserva che scende in campo a sostituire gli insegnanti titolari quando se ne presenta la necessità. Ma- conclude con un certo sollievo- da quando sono stata trasferita nella scuola dove sono attualmente, il mio lavoro viene valorizzato grazie all’attenzione che questa scuola riserva all’arte, le ore di supplenze comunque sono un certo numero ma nonostante tutto riesco a realizzare laboratori artistici in cui posso trasmettere il mio sapere”.

Chi invece si è sentito particolarmente ispirato è un professore dell’istituto Parentucelli-Arzelà di Sarzana, in provincia di La Spezia, che parla dell’insegnamento come “segreto dell’eterna giovinezza: alla fine insegnare e imparare sono la stessa cosa– afferma- per questo chi insegna non può dimenticare come da alunno imparava. Forse un buon insegnante non smette mai di essere ancora alunno”. Una sua collega cerca di sintetizzare una riflessione che secondo lei meriterebbe pagine: “Quello che afferma l’Unesco, quella frustrazione, quel mancato riconoscimento una volta non esisteva. Oggi si combatte per farsi riconoscere un ruolo che una volta era nostro ma che oggi è un po’ nostro, un po’ degli studenti, un po’ dei genitori, dei nonni, degli zii, degli psicologi, avvocati e quant’altro perché tutti ci mettono bocca. Sì sentono in dovere di contestare quello che fai, come lo fai, si fanno ricordi a ogni piè sospinto e questo crea una grossa limitazione e frustrazione. Le soddisfazioni che ho le ricevo dagli studenti, quando anche dopo anni, condividono la gratitudine e la gioia dei momenti trascorsi a scuola. Le difficoltà per come la vedo io sono invece proprio legate a tutte le altre figure. Per molti anni si è vissuto il mestiere dell’insegnante come una missione e su questo io sono molto contraria forse perché non è nelle mie corde: per me questo è un mestiere al pari di molti altri, da svolgere con forte senso del dovere e di responsabilità, ma anche con un fortissimo rispetto per la deontologia professionale”.

C’è chi punta tutto sul recupero dei danni da pandemia, come Gabriele Laffranchi che insegna al liceo scientifico ‘Candia’ di Seregno (provincia di Monza e Brianza) che afferma con sicurezza: “La sfida è quella di far capire a ragazze e ragazzi che la presenza non è accessoria, è importante. Loro si sono abituati che è facoltativa e la difficoltà è proprio quella di tornare a fare lezioni lunghe, a tenere l’ordine in classe e a tenerli desti. La gratificazione credo che sia proprio la presenza, il poter guardare negli occhi gli studenti e percepire quando stanno capendo. Questa è una cosa che è mancata come l’aria e poterla oggi risperimentare è preziosissimo”. C’è anche chi la prende con filosofia, come una docente che su Instagram, con lo pseudonimo di Loretta Manzi, si diletta dissertando di scuola e docenza: “Come festeggerò la giornata mondiale degli insegnanti? Correggendo il primo pacco di compiti dell’anno”.

“La sfida- secondo Maria Marta, una docente dell’Appennino bolognese da poco in pensione- è quella di migliorare continuamente per permettere ai ragazzi di comprende non solo i contenuti ma anche i messaggi educativi che sono al di là della conoscenza della materia. Quindi la difficoltà è per me quella di rendere una materia, per quanto scientifica con tutta la sua epistemologia, comprensibile e amabile. Le gratificazioni sono state tantissime: in particolare con gli studenti più fragili, quando non hanno capito e spieghi per l’ennesima volta qualcosa loro comprendono che sei al loro servizio. Ma anche riuscire a motivare quelli più bravi che magari non hanno troppa passione per una certa disciplina”.

Dalle periferie di Genova parla Francesca, una docente di un istituto professionale: “Le difficoltà sono quelle tipiche di una professione mai statica ma in continua formazione. Le sfide sono invece quelle legate all’esigenza di avvicinare i giovani al mondo della scuola, trasmettere loro l’indubbia rilevanza dell’istruzione, trovare un codice il più possibile vicino e adeguato alle nuove generazioni. Semmai si chiedesse a un insegnante come fa a resistere di fronte alle mille sfide e difficoltà, senza alcun dubbio egli risponderebbe che nulla c’è di più gratificante nella vita professionale di un docente che vedere realizzare le aspettative del discente e magari dirti pure ‘grazie professoressa’”.

“L’essere insegnante oggi, non è cosa facile- afferma Elisa, docente in una scuola ligure- Non è facile perché combattiamo contro una società veloce, consumistica, nella quale la cultura ed il sapere non solo non vengono considerati ma, spesso, vengono anche mal visti preferendo ammiccamenti ad una videocamera. Paghiamo quotidianamente anni di discredito della classe docente sia da parte della politica, poco attenta alle necessità dell’ambito dell’istruzione, che da parte delle famiglie, sempre meno in sinergia con il mondo scolastico per il benessere delle nuove generazioni. Eppure, aspettiamo ogni anno trepidanti settembre; entriamo in classe ogni giorno e ci commoviamo per il brillio negli occhi dei nostri alunni, quell’inconfondibile brillio di quando instilliamo in loro il sapere e del quale i nostri cuori si nutrono tutti i giorni. È per questo che ci crediamo, ci crediamo ancora, ci crediamo tanto, fortemente, nonostante tutto”.

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