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Salvini boccia Draghi e ordina: Lega non partecipa al Consiglio dei ministri

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L'editoriale del direttore Nico Perrone
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ROMA – Clamorosa rottura nella maggioranza di Governo. Dopo la sconfitta elettorale alle amministrative, il leader della Lega, Matteo Salvini, entra a gamba tesa contro il premier Mario Draghi e ordina ai suoi ministri di non partecipare al Cdm convocato oggi. Una decisione – spiegano fonti leghiste – maturata in vista dell’esame sulla delega fiscale.

Nella cabina di regia che ha anticipato il Cdm, il ministro del Turismo, Massimo Garavaglia, ha lasciato anzitempo la riunione chiedendo tempo per maggiori approfondimenti. “Stare al governo non significa avallare tutte le scelte del governo, se il governo propone l’aumento dell’Imu, l’aumento dell’Iva o l’aumento della flat tax… no, non è il momento di aumentare neanche una tassa. Quindi, leali sì, tassatori no. Questo è poco ma sicuro”, ha detto Salvini.

Una rottura che avrà delle conseguenze? Il premier ha già convocato subito dopo il Cdm una conferenza stampa per illustrare la decisione, lo stesso farà Salvini, ancora una volta a gamba tesa, con una conferenza stampa che, di fatto, si va a sovrapporre a quella di Draghi. Nei giorni scorsi si era parlato di riforma del catasto, ma non è quella riforma il problema sollevato dalla Lega al tavolo della cabina di regia. A quanto ha appreso l’agenzia Dire la divergenza con il Presidente del Consiglio e con il ministro dell’Economia è sul metodo seguito nell’impostare la delega fiscale. La Lega ha ricevuto la legge delega poco prima – circa un’ora – che iniziasse la cabina di regia. Un tempo insufficiente. Di qui la richiesta di maggiori approfondimenti.

Per quanto riguarda la riforma, nel Cdm si è discussa la delega ad emanare, entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, “uno o più decreti legislativi recanti la revisione del sistema fiscale“. Ma ecco i punti principali della bozza di riforma, 10 articoli per 10 pagine:

  • “Stimolo alla crescita economica attraverso l’aumento dell’efficienza della struttura delle imposte e la riduzione del carico fiscale sui redditi derivanti dall’impiego dei fattori di produzione”.
  • Individuazione ed eliminazione di micro-tributi per i quali i costi di adempimento dei contribuenti risultino elevati a fronte di un gettito trascurabile”.
  • Preservare la progressività del sistema tributario e ridurre l’evasione e l’elusione fiscale”.

Difficile non leggere nella mossa di oggi una sorta di risposta alla sconfitta elettorale e a quanti nel Carroccio stanno spingendo per un cambio di linea politica. Anzi, oggi Salvini ha messo tutti in riga, a partire dal capodelegazione, Giancarlo Giorgetti. Poco prima, parlando con i giornalisti del flop elettorale, il Capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, ha puntato il dito proprio contro il Governo dove siedono Giorgetti e altri esponenti della Lega: “Più che fare un processo a Salvini, bisognerebbe che chi è al Governo cercasse di incidere di più e cercasse di ottenere maggiori risultati. Se i nostri elettori non sono andati a votare forse perché non apprezzano la nostra azione di Governo vuol dire che dovremmo concentrarci di più su quello. Aprire un processo a Salvini mi sembra inverosimile, con Salvini abbiamo 900 sindaci in Italia, governiamo con presidenti della Lega in 6 Regioni e con il centro-destra la maggioranza delle Regioni italiane, direi che nessuno nella Lega è nelle condizioni di processare Salvini”.

Non solo, nelle parole di Molinari c’è un vero e proprio atto d’accusa nei confronti dei ‘governisti’ del Carroccio: “Stare al Governo non significa perdere voti però, perché quando abbiamo inciso come Lega nel Governo giallo-verde e con Matteo Salvini ministro, i voti sono raddoppiati. Il tema da porci è: perché la Lega non sta incidendo nel governo come vorrebbe? Perché non è percepita come forza che ottiene risultati al Governo? Questo è il tema che dobbiamo porci. Dobbiamo cercare, come nel primo Governo Conte, di avere un ruolo più visibile, più evidente e di portare a casa più risultati come forza di Governo”. Chi dissente può accomodarsi, fuori dal partito.

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