Minori, da suo psicoterapeuta a consulente del Tribunale: la storia di mamma Serena

È stata definita più volte nel corso della relazione stilata dal Consulente tecnico d'ufficio come madre 'simbiotica'
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ROMA –  ‘Il tassello più importante di questa storia è che lo psicoterapeuta che aveva seguito la mia assistita e sua figlia come consulente privato non doveva accettare la funzione di Consulente tecnico d’ufficio, visto che il rapporto era già stato inficiato precedentemente’. Richiama l’articolo 26 del Codice deontologico degli Psicologi l’avvocata Camilla Di Leo, intervistata dalla Dire, nel presentare nel gennaio 2019 un’istanza di ricusazione del Ctu nominato nel procedimento di riconoscimento di paternità del Tribunale di Bologna su Maria, 10 anni, figlia della sua assistita, Serena (i nomi sono di fantasia, ndr), definita più volte nel corso della relazione stilata dal Consulente tecnico d’ufficio come madre ‘simbiotica‘. L’articolo 26 recita così: ‘Lo psicologo si astiene dall’intraprendere o dal proseguire qualsiasi attività professionale ove propri problemi o conflitti personali, interferendo con l’efficacia delle sue prestazioni, le rendano inadeguate o dannose alle persone cui sono rivolte. Lo psicologo evita, inoltre, di assumere ruoli professionali e di compiere interventi nei confronti dell’utenza, anche su richiesta dell’Autorità Giudiziaria’. Eppure dal ‘novembre-dicembre del 2017 e fino al settembre del 2018– racconta all’agenzia di stampa Dire Serena- ci siamo rivolte a questo dottore per un sostegno psicologico per me e la bambina con cadenza settimanale’, rapporto che è poi proseguito ‘senza soluzione di continuità con la sua nomina a consulente del Tribunale, appoggiata dal mio ex avvocato e dall’avvocato della controparte, fino alla fine della Ctu nel novembre 2019 e senza informare Maria che da quel momento in poi il rapporto non sarebbe stato paziente-dottore ma periziato-periziando’. Questa la storia segnalata all’Agenzia Dire dal ‘Comitato madri unite contro la violenza istituzionale’.

ALL’ORIGINE DELLA RICHIESTA DI AIUTO DI SERENA IL MALESSERE DI MARIA

All’origine della richiesta di aiuto di Serena il malessere della sua piccola. ‘Quando aveva 7 anni è arrivata l’istanza del Tribunale ordinario ex articolo 250 per il riconoscimento di paternità– racconta Serena ripercorrendo le tappe della storia- La bambina ha iniziato ad avere reazioni psicosomatiche gravi dovute al suo rifiuto verso questa cosa: vomito psicogeno, ansia, attacchi di panico, disturbi di natura funzionale, nonostante fosse stata fino ad allora equilibrata, inserita all’interno dei gruppi di altri bambini, empatica, tranquilla, sicura di sé’, cresciuta com’era ‘in un ambiente internazionale, perché io ho lavorato anche all’estero’. Torna indietro nel tempo Serena: ‘Avevo 38 anni quando ebbi una breve frequentazione con Alfredo (il nome è di fantasia, ndr), l’uomo che poi si e’ rivelato essere il padre di Maria. L’ho visto il tempo necessario per capire che l’alcol e la droga facevano parte del suo stile di vita. Quando scoprii di essere incinta avevo già troncato la relazione con lui, che però ha continuato a cercarmi e stalkerarmi per tutto il periodo della gravidanza con messaggi e minacce culminate con una ‘denuncia’. Le minacce ‘erano sempre sullo strapparmi via il bambino prima che nascesse’, continua Serena, che peraltro, sulla paternità di Alfredo, nutriva più di qualche dubbio. ‘Da un paio di anni frequentavo in maniera sporadica un altro uomo, che non voleva una relazione stabile- chiarisce- Io sono sempre stata convinta, sulla base del calendario, che il padre fosse lui. In più Alfredo aveva una sindrome emolitica. Io, fin dai primi anni della piccola, ho cercato di capire attraverso test specifici se gliel’avesse trasmessa. Ma queste analisi sono sempre risultate negative e questo rafforzava la mia convinzione. Scoprii in seguito che era a causa dell’allattamento della bimba, che io portai avanti fino a due anni e nove mesi‘. Periodo di allattamento poi utilizzato in seguito dal Ctu che sulla relazione scrive testualmente: ‘Quasi tre anni di allattamento è un periodo fuori dagli standard che solitamente indica, per l’appunto, una tendenza materna simbiotica’. La gravidanza si complica e Serena, invece che prendere chili, inizia a perderli. ‘Mi sfogai con la mia ginecologa e le dissi che la situazione cominciava a pesarmi perchè, oltre ad avere un comportamento aggressivo e violento, Alfredo era sempre sotto l’effetto di alcol e droghe. Lei mi diede il suggerimento di andare in parto protetto e fui indirizzata all’assistente sociale del paese dove vivevo, con cui ho sempre mantenuto rapporti stretti’. Anche il giorno del parto ‘lui si presentò con tracotanza dicendo: ‘Posso baciare mia figlia?’. Dopo una decina di giorni mi fece scrivere dall’avvocato rivendicandone la paternità e io feci rispondere che non era figlia sua, mentre tentavo di contattare l’altro uomo che mi fece sapere di non volerne sapere’.

“MARIA HA SEMPRE RIFIUTATO IL PADRE BIOLOGICO”

Alfredo, però, non si arrende e dopo sette anni avvia la procedura di riconoscimento. ‘A quel punto parlai con Maria che, all’inizio, si era illuminata, poi si smontò e mi disse: ‘Perché adesso? Finora dov’é stato?’- racconta Serena- Cercai di convincerla, ma lei manifestava un rifiuto verso questa persona che nemmeno conosceva‘. Tanto che Maria ora soffre di ‘gastrite e assume 45 milligrammi di lansoprazolo al giorno’. Nel frattempo ‘Alfredo aveva esacerbato la sua attività calunniatoria nei nostri confronti, andando a parlare coi genitori dei compagni di scuola di Maria’. La bambina ‘veniva presa in giro dai suoi compagni che le dicevano ‘Noi sappiamo chi è tuo padre”, continua Serena, che nell’ottobre 2018 decide di spostarla in un altro istituto. Poi si rivolge a un’associazione di tutela femminile, ‘Sos Donna, che mi indirizzò da un’avvocata che mi fece subito il nome di questo psicoterapeuta, poi nominato Ctu. Da quel momento c’è stata la nostra entrata agli inferi’. ‘Il tutto nasce da un’irregolarità- spiega all’Agenzia Dire l’avvocata Di Leo- Lo specialista accolse madre e figlia in un percorso terapeutico prima di essere nominato Ctu, perché consigliato dal precedente avvocato della mia assistita in occasione dell’esame genetico. Lui le seguì a pagamento e quando venne incaricato di Ctu, senza soluzione di continuità, proseguì gli incontri nell’altra veste, non palesandosi a Maria con questo nuovo percorso, anzi, adottando sin dalla nomina una condotta vessatoria e coercitiva proprio nei confronti della bambina, che si è sempre ostinata nel suo rifiuto rispetto al padre biologico’. ‘Non ci hanno consentito di ricusarlo e di avere un Ctp (Consulente tecnico di parte, ndr)- riprende Serena- abbiamo ottenuto solo che fosse presente l’avvocata’. Il Ctu ‘nella perizia giustifica l’assenza del padre ad alcuni incontri, mentre riporta in relazione un ritardo di cinque minuti della mamma che non é mai accaduto, ben conoscendo la mia assistita la rigidità del Ctu verso gli orari- continua Di Leo- Quando descrive la gestualità di Serena c’é una disparità, dalle prime pagine si vede che il Ctu ha già etichettato la madre, la relazione è molto romanzata. Mette anche in bocca a Serena di aver detto che lui era ‘un cesso’, cosa non vera, perché io ero presente a quell’incontro. Abbiamo chiesto le registrazioni degli incontri, che abbiamo deciso di far trascrivere da un perito con l’obiettivo di presentare una denuncia per abuso di ufficio. Ma ancora non le abbiamo ottenute’.

PER IL CTU SERENA È UNA ‘MAMMA SIMBIOTICA’

Nella relazione il Ctu, parlando di Serena, fa spesso riferimento ad espressioni come: ‘annessione narcisistica del figlio’, ‘tendenza’ o ‘dipendenza simbiotica’ – espressioni utilizzate spesso in riferimento alla cosiddetta Sindrome dell’alienazione parentale (Pas) – e nelle conclusioni propone un affido condiviso da raggiungere entro un paio di anni col coinvolgimento dei Servizi Sociali per la ‘gestione del programma di introduzione della figura paterna’. In più, per Maria, chiede l’introduzione di un percorso psicoterapeutico regolare con ‘intervento di ridefinizione del sé e di soggettivazione attraverso un allentamento della dipendenza materna’. Conclusioni riprese poi dal Tribunale di Bologna, che nel giugno 2020 con un decreto dispone: l’affido della bimba ai Servizi Sociali per quattro anni, con collocazione materna; il riconoscimento e l’aggiunta del cognome paterno a quello materno; l’inizio di ‘percorsi di riavvicinamento al padre’ con calendarizzazione degli incontri da parte dei Servizi Sociali; il mantenimento, col versamento delle quote pregresse. Il tutto ‘senza tenere in considerazione che nel processo questa bambina non è stata sentita’ e che ‘le sue manifestazioni psicofisiche sono cresciute proprio in occasione della nomina dello specialista a Ctu’, denuncia l’avvocata Di Leo che osserva come ‘giurisprudenzialmente il decreto sia un copia incolla della relazione del Ctu. La scuola e i Servizi Sociali non sono mai stati chiamati, neanche la Chiesa frequentata da Serena- fa sapere- Essendo un processo a istruttoria libera, i testimoni richiesti non sono stati sentiti, quando abbiamo richiesto l’acquisizione delle audioregistrazioni della mia assistita non sono state ammesse. È una sentenza basata solo su una Ctu, viziata. Il caso di specie è emblematico- chiosa l’avvocata- poiché condensa diverse criticità e svariate contraddizioni che oggi vengono sempre più spesso messe in evidenza anche dal sistema d’informazione, e che, ai non operatori del settore, possono far sorgere drammatici quesiti come quello di vedersi negata la possibilità di dare prova ‘tangibile’ di fatti accaduti, ovvero, in maniera diametralmente opposta, che venga prestato il fianco ad una violazione del codice di rito, con le catastrofiche conseguenze che si sono delineate in questa triste vicenda ancora in essere’. ‘Il mio timore– racconta Serena, che con l’avvocata Di Leo lo scorso luglio ha fatto istanza di sospensiva della sentenza- è che Maria venga affidata ai Servizi Sociali per iniziare il reset. Io so che la bimba non si piegherà mai al reset e il passaggio successivo potrebbe essere che io sia definita una ‘madre ostativa’ e che Maria venga collocata in casa famiglia’. Un’ipotesi che si sta facendo strada anche nella mente della piccola. ‘Negli ultimi giorni ha pianto dicendomi che ha paura di essere portata via- conclude Serena- Io la rassicuro dicendo che la mamma non lo permetterà mai’.

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5 Ottobre 2020
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