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Le migrazioni? “Sono l’effetto della guerra”. Intervista al fotoreporter Livio Senigalliesi

Ai giovani dico: "La passione sì, ma non fatevi ammazzare"
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ROMA – Livio Senigalliesi è uno dei principali fotoreporter di guerra italiani. In quasi 40 anni di carriera i suoi scatti hanno raccontato i principali conflitti internazionali: dai Balcani al Caucaso, dalla Palestina alla guerra senza fine del Congo. All’agenzia DIRE spiega il senso di questo mestiere oggi.

“Sicuramente rispetto al passato qualcosa è cambiato- dice il fotografo- Oggi tutto corre veloce e non c’è tempo per l’approfondimento. Mancano poi gli acquirenti che sostengano il tuo sforzo. Per dieci anni ho seguito il conflitto nella ex Jugoslavia e le principali testate italiane mi commissionavano servizi di continuo. Questo mi motivava perché sentivo di avere una funzione sociale. Oggi- riflette ancora il fotoreporter- l’amore per il mestiere è lo stesso ma i rischi superano di gran lunga il guadagno”.

Un altro fattore da non sottovalutare è che, “nelle sporche guerre moderne”, in cui manca un fronte definito, e gli attori sono molteplici, “i media sono diventati un target”.

effetti-collateraliDomenica prossima si apre a Lodi il Festival della Fotografia Etica, a cui Senigalliesi partecipera’ con ‘Effetti collaterali’: “Si tratta si una mostra antologica- spiega l’autore- che comprende immagini scattate in 30 anni di lavoro su vari fronti nei cinque continenti, per raccontare la sofferenza dei civili, che costituiscono le vittime più numerose dei conflitti moderni. E’ un j’accuse contro la guerra, in cui approfondisco anche aspetti poco noti, come gli effetti di lungo periodo della guerra chimica sulla salute di persone e ambiente”.

Nell’attualità che stiamo vivendo guerra e migrazioni sono fenomeni interconnessi. Lo sono anche a livello visivo? “Certamente, sono causa ed effetto– la replica di Senigalliesi- La mia esperienza sui campi di battaglia mi ha dato basi conoscitive ed esperienze umane utilissime per rapportarmi con i migranti che giungono sulle nostre coste. Perché provengono da ‘inferni’ che io conosco bene, per cui è più facile stabilire un contatto. Prima di scattare- tiene ad aggiungere ancora- stabilisco sempre un rapporto umano. Non li considero oggetti da fotografare, ma esseri umani da comprendere e raccontare con rispetto. La foto insomma viene per ultima”.

Oggi si apre al museo Maxxi di Roma la mostra ‘Nome in codice: Ceasar’, di un fotografo di guerra ‘suo malgrado’.

nome-in-codice-ceasarDa reporter per la polizia, nel 2011 ha iniziato a fotografare i cadaveri dei detenuti vittime di torture nelle carceri del regime di Bashar Al-Assad. I suoi 55mila scatti sono arrivati in Occidente per denunciare quei crimini. “Penso che come le fotografie delle vittime di Abu Grahib, anche le foto di ‘Caesar’ siano preziosissime perché sono una prova, e quindi hanno un alto valore di denuncia” l’opinione di Livio Senigalliesi.

“Inoltre- prosegue- servono all’uomo della strada per capire cosa succede in quei territori da cui fuggono i migranti. Noi fotografi non possiamo entrare nei luoghi dove avvengono tali delitti di massa. Ben vengano testimoni oculari che documentano anche per noi quelle tristi verità“.

livio_senigalliesi_webAnche Senigalliesi si è trovato davanti a orrori analoghi, “quando ero nella Cambogia di Pol Pot, dove la tortura era lo strumento cardine di un regime che ha massacrato due milioni di innocenti. La Storia purtroppo non insegna e sono profondamente indignato per questi sei anni di sanguinosa guerra in Siria, dove non ci sono corridoi umanitari, convogli di aiuti per la popolazione, cibo e medicinali per i feriti, una adeguata protezione per i bambini”.

La mostra che si apre al Maxxi di Roma quindi “è un momento di presa di coscienza generale che ci deve riportare tutti a sentimenti di pietà, pace e accoglienza”. Infine, un messaggio per le nuove generazioni di fotoreporter: “ho 60 anni e la mia passione è intatta. Nei miei workshop spiego ai giovani i trucchi del mestiere, racconto la mia esperienza, ma questo non basta: fino a quando non sarai sulla linea del fuoco o in mezzo al tiro incrociato dei cecchini non saprai mai se sei tagliato per questo lavoro. Perché non si deve mai dimenticare che è pur sempre un lavoro, e si deve prima di tutto pensare a non farsi ammazzare. Al Festival parlerò anche di questo, spero mi verranno a trovare in molti” conclude.

di Alessandra Fabbretti

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