VIDEO | FOTO In Ecuador negli orti delle ‘parteras’, le levatrici della tradizione

Siamo ad Archidona, tra i capanni dell'Asociacion de Mujeres Parteras Kichwas de Alto Napo (Amupakin), ostetriche e custodi della tradizione.
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ARCHIDONA (ECUADOR) – “Per chi ha perso molto sangue ci sono le yawar panga che combattono l’anemia” sorride Gissela Yumbo, 26 anni, volontaria, indicando steli dai boccioli rosa. Poi riprende a passeggiare tra sentieri all’ombra di banani nella “chakra medicinal”, gli orti delle piante curative della selva dell’Ecuador.

Siamo ad Archidona, tra i capanni dell’Asociacion de Mujeres Parteras Kichwas de Alto Napo (Amupakin), ostetriche e custodi della tradizione. “Pratichiamo il parto verticale, con le gestanti in ginocchio appese a una corda affinché possano far leva durante le contrazioni” spiega Ofelia Salazar, 48 anni, presidente dell’organizzazione. “Nel caso il feto non sia nella posizione corretta, applichiamo massaggi con l’olio ricavato dal grasso di gallina”.

L’insegnamento delle “abuelas”, trasmesso di madre in figlia nella lingua kichwa dell’Amazzonia, riguarda però anzitutto le piante. Negli orti che circondano capanni e sala parto se ne trovano di tutti i tipi, con i boccioli appena schiusi o le foglie che si aprono a raggiera. “C’è l’auar panga, la ‘pianta del sangue’, che durante la cottura tinge l’acqua di rosso e va bevuta per combattere la stanchezza” riprende Gissela; “E poi l’ajiringa, utile contro la febbre e le complicazioni respiratorie”.

Gli orti sono organizzati nelle “chakra medicinal”, dove si trovano le specie dalle proprietà curative, nelle “chakra de productos”, con i banani e le yuca, foglie e radici apprezzate per l’apporto calorico, qui più diffuse di riso, granturco o canna da zucchero.

Per le “mujeres parteras”, però, le “chakra” significano anche riscatto. “Siamo molto orgogliose” sorride Ofelia: “Lavoriamo nel rispetto della nostra cultura, che è la nostra vita, e pazienza che lo Stato non ci dia alcun aiuto, né in termini di riconoscimento né sul piano economico”.

L’associazione vive in effetti solo grazie all’impegno volontario di dieci levatrici: non ricevono alcuno stipendio e si alternano due per volta su turni di 24 ore.

“In molti villaggi non ci sono le risorse per poter pagare il servizio di assistenza e allora chiediamo solo 30 dollari per parto, che dedotte le spese per cibo e trasporti permettono a ciascuna di noi di ricevere da uno a tre dollari” spiega Ofelia.

“Per il resto ci autofinanziamo, con un servizio di accoglienza per i turisti che attraversino le Ande o la vendita di olii, creme e saponi”. Tra questi c’è il “sangre de drago”, panetto di resina rosso scuro ricavata dalle cortecce della selva.

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5 Settembre 2019
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