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Il ricercatore e attivista libanese: “Sanzionate politici e banchieri, non fate come la Francia”

m, ricercatore del think tank Triangle e attivista libanese
Nizar Ghanem commenta le proteste di migliaia di persone ieri a Beirut, per chiedere la verità sull'esplosione al porto che un anno fa ha ucciso oltre 200 persone
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ROMA – “Ieri a Beirut in migliaia hanno sfilato per chiedere verità sull’esplosione al porto della capitale. A un anno di distanza ancora non si sa nulla, mentre il parlamento continua a negare ai magistrati la possibilità di interrogare ministri e parlamentari sospettati di coinvolgimento, garantendo loro l’immunità”. A parlare con l’agenzia Dire è Nizar Ghanem, ricercatore del think tank Triangle e attivista libanese, tra i fondatori del movimento ‘You Stink’ che nel 2015 portò in strada migliaia di persone per contestare la cattiva gestione dei rifiuti a Beirut.

Quelle proteste divennero in fretta occasione per invocare le dimissioni del governo, il rinnovo della classe politica e il superamento del sistema confessionale nelle istituzioni, tutte riforme che i libanesi ancora attendono, e Ghanem non ha rinunciato a lavorare per ottenerle: ieri c’era anche lui in strada a protestare e ha visto il gruppo di manifestanti che hanno tentato di forzare il cordone della polizia per entrare nel palazzo dell’Assemblea nazionale. “Sono state lanciate pietre e molotov, gli agenti hanno risposto coi lacrimogeni” racconta il ricercatore, aggiungendo che questi episodi sono ormai “la normalità”. Secondo la Croce Rossa, citata dai media internazionali, ieri a Piazza dei Martiri sono stati feriti numerosi manifestanti.

Sull’esplosione di un anno fa, in cui hanno perso la vita oltre 200 persone, il ricercatore racconta: “Circolano tante teorie sul perché ci fossero quasi 3.000 tonnellate di nitrato d’ammonio stipate nel centro della capitale. C’è chi accusa gli Hezbollah”, il potente partito sciita alleato del presidente siriano Bashar Al-Assad. La tesi è che quel nitrato facesse parte delle scorte usate per riempire i “barili bomba”, gli ordigni artigianali che l’aviazione siriana avrebbe impiegato nel conflitto siriano. Diverse organizzazioni per i diritti umani sostengono che Damasco, nel corso degli attacchi, non avrebbe fatto distinzione tra combattenti e civili, uccidendone a migliaia.
Ma il problema del Libano non è solo la guerra in Siria: dal 2019 attraversa una crisi finanziaria che con la pandemia è peggiorata, e a pagarne il costo sono soprattutto le famiglie e i giovani: l’inflazione ha quasi raggiunto il 150% mentre metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, stando a un report delle Nazioni Unite di giugno. Nizar Ghanem torna sul ruolo degli Hezbollah: “Da almeno due anni sostengono apertamente gli oligarchi, i politici e i banchieri, permettendogli di restare al loro posto”.

L’accusa, spiega ancora l’esperto, è di aver sottratto i risparmi dei correntisti, trasferendo i depositi all’estero dopo il crack finanziario di tre anni fa. Da qui la decisione di fondare un’altra associazione, la Depositors Union: “Lavoriamo per ottenere giustizia e per promuovere una riforma del sistema” dice Ghanem, riferendo che oltre “45.000 persone hanno già aderito“.

Il nemico numero uno dell’ormai “ex Svizzera del Medio oriente” sarebbe quindi l’alleanza tra l’intera classe politica e l’alta finanza: “I giovani si sono allontanati da tutti i partiti. Persino quello comunista, che non è al potere, fa i conti con fratture al suo interno. La gente sta creando qualcosa di nuovo”. Ecco perché il ricercatore chiede alla comunità internazionale “solidarietà. Se volete aiutarci, imponete sanzioni economiche tanto sui politici quanto sui banchieri. Non come la Francia di Emmanuel Macron“, conclude Ghanem, che ieri ha organizzato la quarta conferenza internazionale per il Libano. “Sostiene l’establishment che ignora la volontà e le richieste della gente”, conclude l’attivista.

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