Storia di Maria, uccisa a 30 anni dal cancro: tre medici rinviati a giudizio

Il padre: "Una morte che si poteva evitare"
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ROMA – Ingegnere elettronico, appassionata di motori, ‘ad una settimana dalla laurea lavorava gia’ alla Ericsson, poi era passata alla MSX, dove un suo progetto era stato approvato dalla BMW’. Maria aveva realizzato tutto questo con una brillante carriera di studi. ‘Sempre attenta, pacata, diligente, capace di enormi sacrifici sin da piccola, per coronare anche il sogno del diploma in pianoforte al Conservatorio Santa Cecilia di Roma’. Tutto in poco tempo e con risultati brillanti, perché era determinata, una giovane donna dalle idee chiare che non si perdeva mai d’animo, né in pettegolezzi. Maria ha solo 30 anni, il 10 febbraio 2012, quando soffia le sue ultime candeline immobile in un letto dello Ieo di Milano. Ha a malapena la forza di sollevare la testa dal cuscino e soffiare ‘sulla torta al cioccolato’ che suo padre Paolo, sua mamma Francesca e la sorella Claudia, tornata in fretta da Berlino, le hanno portato in ospedale. Tutti sanno che non tornerà indietro, Maria sa che non c’è più niente da fare.

IL SOSPETTO DI MARIA E LA DIAGNOSI SBAGLIATA

A raccontare la storia per l’agenzia Dire è Paolo Arcidiacono, il papà di Maria. ‘Ad aprile 2010 si accorge, da sola e semplicemente sotto la doccia, di un nodulo al seno sinistro. Si preoccupa subito moltissimo- racconta il papà- e decide di fare un’ecografia in un poliambulatorio privato vicino casa. La diagnosi è di fibroadenoma. Nulla di preoccupante dice il radiologo che esegue l’esame’ ricorda Paolo, che però racconta di come Maria fosse molto preoccupata e infatti ‘nonostante questa prima diagnosi assolutamente tranquillizzante ci preoccupiamo di prenotare una visita con un senologo di un istituto capitolino specializzato nei tumori’. Non vogliamo correre rischi e per questo mia moglie chiede espressamente di un ‘primario’. Di quella visita rimangono queste parole del papà: ‘Un destino malevolo assegna a Maria il medico sbagliato. Questo primario, dopo aver letto il referto ecografico, la visita probabilmente con superficialità visto che non riconosce e non sospetta nemmeno di trovarsi davanti ad un carcinoma, non fa altro che avallare ciò che aveva letto nel referto confermando tragicamente la diagnosi che condiziona fatalmente l’esito della malattia di mia figlia, con la semplice prescrizione di un analgesico‘.

Racconta Paolo: ‘Mia figlia, durante la visita, chiede con insistenza l’intervento chirurgico per togliere quella lesione. Il medico invece non solo conferma la diagnosi di fibroadenoma, ma sconsiglia l’asportazione chirurgica e la rimanda ad una successiva visita che avrebbe dovuto aver luogo a sei mesi di distanza. Ma i fatti precipitano molto prima di quei sei mesi‘.

Maria continua da sola a fare l’autopalpazione e sente che quel nodulo cresce rapidamente. ‘Dopo circa quattro settimane dalla prima visita, prende consapevolezza che le dimensioni della lesione sono più importanti sotto le sue dita e per questo, senza consiglio di nessuno, si reca di nuovo nello stesso centro ecografico per una seconda ecografia. Anche in questa occasione l’esito dichiarato dall’ecografista che esegue il secondo esame, pur constatando che le dimensioni sono raddoppiate in poco tempo, conferma la prima diagnosi che descriveva la lesione come fibroadenoma’.

Le dimensioni raddoppiate preoccupano Maria che ‘con questa seconda ecografia, allarmata dalle crescenti dimensioni del nodulo, ritorna dallo stesso senologo di prima (sempre in intramoenia) ed è lei stessa a chiedere e insistere per un approfondimento di diagnosi nonostante il medico continui a sottolineare che non ci sia nulla di cui preoccuparsi. Si rivolge al medico di famiglia per farsi prescrivere un agoaspirato che alla fine non riesce a fare’.

Il papà di Maria racconta che sua figlia tenta due volte, sempre nello stesso istituto capitolino, di fare l’agoaspirato. ‘Ma il dolore che provoca la lesione è insopportabile. Sarebbe bastata una piccola anestesia per risolvere il problema, ma- spiega Paolo- la dottoressa che avrebbe dovuto eseguire l’intervento non la fece. Anzi la spaventò tantissimo con le sue parole. Quell’esame non fu eseguito. Eppure quell’agoaspirato Maria lo fa più tardi, senza problemi, in un’altra struttura’ racconta Paolo.

LA DIAGNOSI CORRETTA

Dove finisce Maria con il suo nodulo che nessuno dei medici incontrati finora capisce essere un carcinoma tra i ‘più cattivi’, dopo ben due ecografie e due visite specialistiche? Dopo cinque mesi dall’inizio dei controlli, all’inizio di agosto 2010 ‘il nodulo continua a crescere in maniera preoccupante. Maria per la terza volta si reca nel solito centro diagnostico dove, finalmente, il radiologo si accorge del grave errore che aveva commesso per ben due volte e così le raccomanda una visita chirurgica’. Si scopre a Catania che è un ‘carcinoma duttale infiltrante triplo negativo’ e che ha già invaso il corpo di Maria. Il nodulo ormai inoperabile ‘è arrivato a oltre 6 cm e 6 sono le metastasi’ che questa giovanissima ‘ha al fegato’. Maria a questo punto viene seguita al Cannizzaro di Catania, dove si trova con la sua famiglia nel periodo estivo, unitamente agli specialisti dello Ieo e inizia una chemio neoadiuvante alla quale, peraltro, ‘risponde benissimo’.

Tutti sanno che un carcinoma preso in quello stadio e con delle metastasi è quasi impossibile da riprendere. ‘I medici di Catania e dello Ieo si resero conto subito che il catastrofico errore diagnostico aveva condannato Maria a morte certa ma, nonostante ciò, si danno un gran da fare per correre ai ripari con tutti i mezzi a disposizione delle due strutture’. E Maria che è consapevole della gravità della sua situazione ‘pensa e spera di farcela’. A metà dicembre del 2010 allo Ieo viene eseguito l’intervento chirurgico per asportare il tumore, che nel frattempo si è ridotto notevolmente di volume. Ricomincia la chemio e la Tac, eseguita nel settembre 2011, conferma ‘una regressione della malattia, le metastasi al fegato sono scomparse. Un miracolo, ecco cosa pensavamo tutti’ ricorda suo papà. Poi a fine dicembre ‘Maria accusa fortissimi mal di testa, pensiamo agli effetti delle terapie- ricorda Paolo- invece la Tac evidenzierà delle nuove metastasi cerebrali. A gennaio 2012 viene ricoverata al Sant’Eugenio, ma non è più in condizioni di sottoporsi alle chemioterapie; inizierà così la radioterapia al San Camillo e con questa la rapida discesa fisica di Maria’.

Viene ricoverata di nuovo allo Ieo, dopo mille peripezie affrontate dalla famiglia, dove Maria si sente più sicura’. Questa è l’ultima tappa per lei, e ormai non c’è più posto per la speranza. Il suo corpo non risponde più, Le rimane un filo di voce eppure si sforza fino all’ultimo. ’23 giorni prima di morire, nel giorno del suo compleanno, è ormai bloccata nel letto e piena di morfina. Da tre settimane ha smesso di muovere le gambe’.

Maria muore il 6 marzo 2012 e lascia un buco nero di dolore che s’inghiotte lacrime e troppe domande. Una ragazza con una vita calma, sobria, concentrata nel suo studio, nella musica classica e in quel suo amore per i cavalli. Un video la ritrae durante l’ultima lezione fatta solo tre mesi prima di morire. Maria abbraccia il suo destriero con il sorriso di una bambina. ‘Il cavallo gira la testa per guardarla come se volesse salutarla. Uno dei ricordi più toccanti che ho di lei’ scrive suo padre.

LA DENUNCIA

‘Dopo circa sei mesi’ dalla sua morte ‘una nostra amica avvocato ci incoraggia a denunciare i medici responsabili della errata diagnosi. Lo stesso ci consigliano alcuni medici di nostra conoscenza. E così inizia un’altra penosa battaglia. Fatta la denuncia alla polizia giudiziaria, la perizia fatta dai due consulenti tecnici del pm convince lo stesso a chiedere l’archiviazione del caso. Viene presentato il ricorso dai nostri avvocati sulla base della perizia di parte, prodotta da una nota professoressa di Roma, e viene accolto dal giudice che rinvia a giudizio i tre medici – i due ecografisti e il senologo – con l’accusa di omicidio colposo. Inizia un lungo laborioso processo che ha visto cambiare ben quattro o cinque giudici (ho perso anche il conto). I rinvii, a colpi di 12 mesi per volta, hanno di fatto allungato così tanto i tempi fino a giungere alle porte della prescrizione che avverrà tra qualche mese. I nostri legali per evitare tale evenienza hanno fatto appello al Presidente del Tribunale di Roma in seguito al quale, probabilmente, dovremmo avere un giudizio per la fine del mese di giugno’.

A un passo dalla sentenza, attesa quindi entro giugno, Paolo e sua moglie decidono di raccontare alla Dire chi fosse la loro Maria. Una figlia gioiello, preparata, consapevole, informata, ma purtroppo ‘finita nelle mani sbagliate’. Da parte di quei medici nessun segno di vicinanza, mai una parola. ‘Non c’è stato neanche un cenno per chiedere scusa o per riconoscere i loro gravissimi errori. Una totale insensibilità nei nostri confronti. Anzi, uno dei medici coinvolti si è presentato in Tribunale una sola volta, obbligato dalla chiamata del giudice. Mi sarei aspettato almeno delle scuse, anche se inutili, ma come gesto di solidarietà verso dei genitori che hanno perso una figlia che tutti i genitori vorrebbero avere. Noi pensiamo, e gli avvocati sostengono, che la causa principale dell’errata diagnosi sia dovuta in primis alla scarsa attenzione degli ecografisti unita ad una loro inspiegabile superficialità. Lo stesso, o molto peggio, si può dire del chirurgo senologo. Lui infatti ha risposto ad una precisa domanda del giudice, ‘che non sa leggere le immagini ecografiche’ e si è giustificato dicendo che ‘leggere le immagini ecografiche non è il suo mestiere’. Eppure allo Ieo il chirurgo che ha operato Maria si serviva regolarmente dello strumento ecografico per aiutarsi nelle visite che fece a Maria prima e dopo l’intervento chirurgico. Paolo ricorda sua figlia quando lo seguiva nelle gare automobilistiche, appassionata di motori come lui, con il ‘sogno di diventare telemetrista; era già riuscita ad essere convocata da un importante Team italiano che partecipava al campionato italiano prototipi’. O ancora indietro, scavando nella memoria, ‘quando a scuola mangiava un panino di corsa per volare dal Liceo scientifico Kennedy del Gianicolo al conservatorio di via dei Greci a Roma in tempo utile per la lezione di musica’. O quando piccola ‘innamorata del mare’ andava in vacanza con la mamma e la sorella e attendeva che papà Paolo le raggiungesse. ‘Passava le sue lunghe estati tra il mare di Lipari e quello di Acireale. A fine stagione, Maria e la sorella Claudia, più piccola di tre anni, erano abbronzate come due cioccolatini. Io in luglio- ricorda Paolo- rimanevo al lavoro e per questo le raggiungevo a Lipari solo nei primissimi giorni di agosto’. Paolo la ricorda così, come fosse ora: ‘Sul molo di Marina Corta, tenendosi per mano con la sorella, ad attendere con ansia l’arrivo dell’aliscafo che mi portava da loro’. Oggi Paolo e Francesca, sette anni dopo la sua scomparsa, attendono ancora una sentenza: per ‘proteggere altre vite da medici sbagliati’, per onorare la memoria di Maria, condannata a morte all’alba dei suoi 30 anni raggianti, nel pieno decollo di tutti i suoi sogni.

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5 Giugno 2019
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