hamburger menu

VIDEO | A Milano i 50 anni della foto simbolo ‘Napalm girl’, Ut: “Forse vado in Ucraina”

A mezzo secolo dallo scatto che gli valse il premio Pulitzer, Ut arriva in Italia a presentare una mostra personale. E dice: "L'Ucraina mi spezza il cuore, forse ci vado"

napalm girl

MILANO – Dall’inferno ad Hollywood, da una guerra all’altra. “Dopo le mie foto in Vietnam mi auguravo che le guerre finissero, invece continuano. Vedo le sofferenze della popolazione ucraina, tutti i giorni, ormai da tre mesi. E’ triste. Quest’anno sono stato molto impegnato, ma il mese prossimo potrei andare là”. È l’8 giugno del 1972 quando il 22enne Nick Ut, impegnato come fotografo per Ap nel conflitto in corso nel suo Vietnam, riceve una ‘soffiata’ circa un imminente bombardamento statunitense nel villaggio di Trang Bang, occupato da forze nordvietnamite. Dopo mezzo secolo da quel giorno, che gli valse il premio Pulitzer, Ut arriva in Italia a presentare una mostra personale (“from Hell to Hollywood“, appunto) che ripercorre i suoi 55 anni di servizio in 61 scatti.

NAPALM GIRL, UNA DELLE FOTO PIÙ SIMBOLICHE DEL ‘900

Tornando a quell’8 giugno, precipitatosi sul posto, si presenta davanti agli occhi di Nick un quadro infernale: il fotoreporter ancora non sa che di lì a pochi minuti scatterà ‘Napalm Girl’, una delle fotografie forse più simboliche del Novecento, e neppure sa che la protagonista di quella foto, una bimba sudvietnamita ustionata che corre nuda per strada in cerca di scampo, 50 anni dopo diventerà la testimonial più lucente del lavoro del fotografo, e uno dei simboli più forti del grido più potente e sordo di tutti, quello contro la guerra, qualsiasi guerra.

LA MOSTRA FINO AL 31 MAGGIO A PALAZZO LOMBARDIA

Quella bambina ora è una donna, si chiama Kim Phuc, e porta la propria testimonianza al mondo: è arrivata qui, in Lombardia, a presentare la mostra del celebre fotografo che verrà allestita a partire da domani e sarà visitabile fino al 31 maggio a Palazzo Lombardia. Può farlo perché Nick le ha letteralmente salvato la vita, caricandola sul proprio furgone e riuscendo a trasferirla, non senza difficoltà, all’ospedale di Saigon. Da lì per Phuc iniziò una faticosa convalescenza: da una parte rimuovere le ustioni da napalm, dall’altra riprendere in mano una vita divelta in pochi attimi. Diciassette operazioni per riappropriarsi della propria esistenza, l’ultima nel 1984. Questo il prezzo pagato in pochi minuti di furia devastatrice, non l’unico.

“10 ANNI DOPO QUELLO SCATTO SONO DIVENTATA DI NUOVO VITTIMA”

“I medici mi hanno molto aiutato ed è lì che pensavo che avrei voluto diventare come loro, per poter aiutare altre persone. Ma quando nel 1982 sono stata ammessa alla scuola di medicina e il mio sogno si stava realizzando , il governo mi ha ‘riscoperto’ dicendomi che io avrei dovuto diventare un simbolo della guerra anche per questa foto”, racconta la diretta interessata. “I funzionari del governo sono venuti a prendermi a scuola e mi hanno obbligato a rilasciare tante interviste alla stampa internazionale, hanno cercato di controllarm quindi mi hanno tolto dalla scuola”. Quindi “10 anni dopo da quello scatto sono diventata di nuovo vittima perché non potevo andare a scuola ed è stato molto doloroso per me“.

Ritornando alle vicende funeste di Trang Bang, Ut racconta di aver visto ad un certo punto un soldato vietnamita lanciare una granata e successivamente “del fumo giallo”. Pochi secondi dopo, mentre due aerei (Douglas A-1 Skyraider statunitensi, ndr) giravano attorno alla pagoda del villaggio, uno di questi due ha sganciato due bombe al napalm: quando ho fatto la foto dell’esplosione- rivela- pensavo fossero tutti morti”, racconta Ut.

“LE PERSONE CORREVANO CON BAMBINI ESANIMI IN BRACCIO”

In realtà, dopo pochi attimi, l’uomo vede i primi sopravvissuti scappare in sua direzione: “Dopo questo fumo nero ho visto che da lì uscivano persone correndo, bambini e uomini che portavano corpi esanimi in braccio: una di queste era la nonna di Kim che portava in braccio il copro di un bambino di 3 anni, suo cugino. Ho fatto una foto e un attimo dopo il bimbo è morto”. Mentre Nick fotografa la scena alza lo sguardo in direzione della pagoda e vede Kim correre verso di lui. “Mi sono avvicinato a lei per scattare, ma quando lei mi è passata oltre ho visto che era ustionata su braccia e schiena, e ho smesso di far foto. Ho lasciato 4 macchine fotografiche lì e ho cominciato a versarle acqua sul corpo, ma lei mi disse che voleva bere e non voleva acqua sul corpo. Gli altri media stavano andando via, io e un mio collega della BBC siamo invece restati lì ad aiutarli”.

Una scelta saggia, perché di fatto Nick carica tutti i bambini scampati al massacro sul proprio furgone e li porta al più vicino ospedale, Kim compresa. L’ospedale più vicino, a 20 minuti, non ha però medicinali per curare la ragazza, ma aiuta il fotografo a trasferirla a Saigon, dopo qualche iniziale resistenza. “All’inizio non mi ascoltavano- racconta- e così ho dovuto estrerre il mio tesserino ‘press’ e dirgli che la mia foto sarebbe stata presto su tutti i giornali, dunque avrebbero potuto passare dei guai”. Il resto è un lieto fine, con Kim che si salva e che ha modo di riabbracciare il proprio salvatore diversi decenni dopo, grazie all’intercessione di Ly thi Thanh Thao, gallerista vietnamita da anni in italia, e curatrice della mostra con Sergio Mandelli.

“LA SITUAZIONE IN UCRAINA MI SPEZZA IL CUORE”

Curiosa poi la coincidenza secondo cui una mostra messa in cantiere dall’estate scorsa si intrecci, come osserva l’assessore lombardo alla Cultura lombardo Bruno Galli, con una situazione attuale, quella ucraina, non troppo dissimile allo scenario vietnamita di 50 anni fa. “Quando guardo l’attuale situazione in Ucraina il mio cuore si spezza“, rivela Kim, “per tutte le persone che hanno perso la vita, specialmente i bambini”, che “non riescono a vivere la propria vita ma sognano un futuro migliore”. Perciò ai bambini “dico di guardare quello che è successo a me, che 50 anni fa ho rischiato di morire”. Un messaggio di speranza, perché anche la notte più buia passa per tutti e nel caso di Kim la salvezza è stata “abbracciare la fede cristiana”.

Tornando a quel giorno, il curatore della mostra Sergio Mandelli precisa come sebbene ci fossero sul posto con Ut altre decine di operatori che hanno documentato tutta l’azione “in cui sono morti diversi bambini”, ma “il solo scatto che ci rimane è questo“.

L’ORRORE DEL VIETNAM VS IL LUCCICHIO DEGLI STATI UNITI

Seguendo la trama suggerita dal titolo, la mostra procede lungo due filoni narrativi; da una parte si presentano gli orrori del conflitto vietnamita che prendono forma attraverso le immagini delle distruzioni, dei civili in fuga e degli eserciti in azione, culminanti con la sequenza che ha portato ad uno degli scatti più famosi della storia della fotografia. Dall’altra la modernità degli Stati Uniti, dove Nick si è trasferito nel 1975, è rappresentata dalla contrapposizione tra i lustrini e luccichii di Los Angeles e una quotidianità popolata da homeless, proteste cittadine e incendi dolosi. Insomma, si va dai ritratti glamour del jet set americano, da Sylvester Stallone a Litz Taylor e Stevie Wonder passando per Michael Jackson, che corso della mostra lasciano spazio a una realtà più cruda fatta di senzatetto, poliziotti in azione e elicotteri impegnati a spegnere le fiamme nelle foreste della California. Non mancano poi scatti dedicati al Vietnam della ricostruzione, in grado di regalarci momenti di bellezza e di poesia, e che testimoniano tutto l’amore di Ut nei confronti della propria terra.

FacebookTwitterLinkedInWhatsAppEmail

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte Agenzia DIRE e l’indirizzo www.dire.it

2022-05-07T12:29:08+02:00