Libri, in ‘Avanti popolo’ la storia del Pci vista con gli occhi della stampa estera

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Internazionale Storia pubblica un libro-rivista che raccoglie gli articoli della stampa mondiale dedicati al Partito Comunista Italiano dalla sua fondazione nel 1921 alla dissoluzione nel 1991
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ROMA – Il Congresso di Livorno che nel 1921 ne segna l’esordio, la clandestinità e poi la partecipazione alla nascita della democrazia e della Repubblica. Il rapporto con l’Unione sovietica, quello con i movimenti degli anni Sessanta e Settanta, i suoi leader e la dissoluzione nel 1991. Nei suoi settant’anni di vita, il Partito comunista italiano è stato sotto i riflettori di tutto il mondo, osservato con un certo timore dai Paesi occidentali e seguito con attenzione da quelli comunisti. A cento anni dalla nascita e trenta dalla sua conclusione, Internazionale Storia ha dedicato al ‘partito della giraffa’ un libro-rivista dal titolo emblematico: ‘Avanti popolo’ che, come spiega il sottotitolo, ripercorre le vicende del Pci viste dai giornali di tutto il mondo. L’agenzia Dire ne ha parlato con Daniele Cassandro, curatore della pubblicazione insieme ad Andrea Pipino.


Qual è la genesi di questo lavoro?
“‘Avanti popolo’ è la terza uscita di una collana che abbiamo chiamato Internazionale Storia. Dal punto di vista di veste editoriale è un prodotto ibrido, nuovo, perché è un libro ma è anche un giornale: un libro fatto di giornali. Internazionale, da quando è stato fondato a metà anni Novanta, è un settimanale dedicato alla lettura della stampa straniera, un lavoro che è sempre stato fatto con gli occhi puntati sull’attualità. Dopo anni abbiamo cominciato a chiederci se era possibile usare questo approccio anche guardando indietro, alla Storia, e usare fonti giornalistiche per raccontare eventi molto lontani. La prima uscita, fatta in maniera quasi sperimentale, risale al 2017 ed era dedicata al centenario della Rivoluzione d’ottobre. È stato sorprendente osservare come molti giornali di cento anni fa sono leggibili come quelli di oggi. Questo ha entusiasmato noi e i nostri lettori e così abbiamo deciso di fare una seconda uscita dedicata al ’68. Visto che è andato bene anche quello, abbiamo deciso di creare una collana ad hoc, chiamata Internazionale Storia. Abbiamo scelto un format ibrido che non è né libro né giornale. In termini tecnici si chiama Muk, cioè Magazine più book. ‘Avanti popolo’ è dunque sia un giornale che si può comprare in edicola, sia un libro che si può trovare in libreria o ordinare online. Come lettura, è sì un giornale di giornali, ma è impaginato come un libro, con una grande attenzione all’aspetto fotografico e, in generale, all’apparato iconografico legato ai manifesti che erano un modo importantissimo di comunicare del partito, anche negli anni della clandestinità”.

Che cosa emerge da questo racconto? Qual era l’attenzione che la stampa estera dedicava al Pci?
“Quello che viene fuori è un viaggio di settant’anni di storia del Partito comunista attraverso fonti giornalistiche di vari Paesi del mondo, fonti anche più barricadere, più politiche, come quelle di riviste che non avevano una diffusione in edicola normale e in certi casi anche fonti accademiche. La rosa iniziale era enorme. È stato un lavoro di setaccio iniziale e di taglio spietato. Magari avevamo tre pezzi del New York Times che ci piacevano, ma decidevamo di non inserirli nella selezione per rispettare la pluralità delle fonti. L’attenzione della stampa internazionale per le vicende del Partito comunista italiano era molto alta. Fin dagli anni della fondazione del partito, con il congresso di Livorno, gli occhi erano piuttosto puntati sull’Italia. Se vogliamo dare un filo alla narrazione di questi settant’anni è quello dell’unicità di questo Partito comunista nel cuore dell’Occidente e inizialmente strettamente legato all’Unione sovietica, poi sempre meno. Con la fine della Seconda guerra mondiale, la ricostruzione, la Costituzione italiana e la fondazione della Repubblica, un partito comunista così forte e così radicato nel territorio, tanto che nelle elezioni dava filo da torcere alla Democrazia cristiana, era una cosa che faceva specie alla stampa, soprattutto occidentale. E anche la stampa dei Paesi comunisti ci guardava con estrema attenzione”.

Questa attenzione è stata costante o ci sono stati momenti in cui lo sguardo era rivolto altrove o cambiava punto di vista rispetto al Pci?
“L’attenzione è stata costante, ma con la morte di Berlinguer la stampa era interessata più al destino che avrebbe avuto il Pci come forza politica. Gli articoli dopo la morte di Berlinguer hanno cominciato a essere pezzi di scenario su cosa sarebbe successo dopo. Come sappiamo, poi c’è stata la dissoluzione del partito che è avvenuta lo stesso anno della dissoluzione dell’Unione sovietica, uno specie di parallelismo abbastanza interessante. Cambia quindi un po’ il tono, ma direi che non c’è mai stato un momento in cui la stampa straniera non si è occupata del Pci. Abbiamo avuto eventi come l’attentato a Togliatti e la Primavera di Praga che sono stati momenti dirompenti anche all’interno del partito. Ci sono stati vari momenti sparsi che rendevano il Partito comunista non trascurabile per la stampa straniera”.

Il Pci è stato tra i fondatori del Comitato di liberazione nazionale. La Resistenza italiana è stata raccontata dalla stampa estera?
“Più che andare nei dettagli delle singole azioni della Resistenza italiana, i media di tutto il mondo erano molto interessati, dal ’46 in poi, alla presenza del Partito comunista italiano all’interno della Costituente. Non dimentichiamo che prima c’era stato il Fascismo, quindi era un Paese che usciva non solo da una guerra, ma anche da una dittatura che ne aveva completamente smantellato la vita democratica. Ripartiva da zero non solo nel ricostruire fisicamente, ma anche politicamente. Il Partito comunista aveva un ruolo fondamentale nella ricostruzione politica del Paese e questa cosa ovviamente non poteva non interessare la stampa straniera, che con un misto di ammirazione, ma anche di paura, registrava l’importante crescita di questo partito assolutamente unico. C’era una frase bella che citiamo in un pezzo: ‘Il partito giraffa‘. Cos’è un partito giraffa, come diceva Togliatti? Tutti sanno che cos’è una giraffa per come viene descritta dagli altri, però nessuno l’ha mai vista. Il giorno che si vede, non si ha nessun dubbio. Ecco, il Partito comunista italiano era un po’ una giraffa: qualcosa di cui tutti parlavano come possibilità, ma quando la vedi resti stupefatto perché la giraffa esiste”.

Il Pci muoveva anche una grandissima partecipazione popolare. Qual era il rapporto che aveva con i movimenti e in primo luogo con quello femminista?
“‘Avanti popolo’ lo racconta in un pezzo entrato nel nostro indice molto tardi, perché ci siamo accorti improvvisamente che stavamo raccontando una storia solo al maschile, perché negli anni Trenta e Quaranta non si parlava di questioni di genere. Abbiamo trovato un pezzo canadese scritto da una studiosa femminista su un giornale accademico bilingue, francese e inglese. Questa studiosa ha fatto un interessante lavoro sulle donne dell’Udi, l’Unione donne italiane a Reggio Emilia, parlando del rapporto che queste attiviste avevano con il partito. Ed era un rapporto strano. Oggi stiamo ancora combattendo con la questione quote rosa sì o no usando un linguaggio antiquatissimo. È un discorso vecchio come il partito stesso. Il Pci era contento di avere attiviste che dalla base si occupavano, per esempio, di raccolta fondi. Ma c’era un soffitto di pietra che impediva alle attiviste donne di fare politica all’interno del partito. L’articolo analizza molto bene l’apporto forte che le donne hanno dato al Pci, anche gradito all’apparato, ma spiega come poi era difficile per loro riuscire ad avere un ruolo all’interno del partito. Lo abbiamo chiamato ‘Femministe prima di tutto’, perché dagli anni Settanta le lotte comuniste si sono molto staccate dalle istanze del partito. Ora forse i partiti di sinistra si stanno accorgendo che la questione di genere è importante e va inclusa nelle loro agende politiche, ma è davvero un aspetto recente. Le femministe negli anni Settanta non avevano un buon rapporto con il Pci che non incoraggiava e non includeva in nessun modo questo movimento”.

Decisamente un altro il volto della partecipazione che arrivava dalle Feste dell’Unità. ‘Avanti popolo’ riporta un pezzo brasiliano che avete chiamato ‘Marx, rock e bancarelle’.
“La Festa dell’Unità è un’altra prova dell’unicità del Partito comunista italiano rispetto agli altri partiti comunisti dell’Occidente. La Festa dell’Unità era un momento in cui il radicamento popolare del Pci veniva fuori. Si mangiava insieme, c’erano i dibattiti, la musica, le bancarelle, le salsicce. Poi, soprattutto dalla fine degli Settanta, diventavano degli eventi molto grandi, con rockstar internazionali che si esibivano su quei palchi. Erano momenti di sfoggio di grande forza dal punto di vista della presenza e questa cosa non poteva non colpire la stampa straniera: vedere che intere famiglie si radunavano sotto le bandiere rosse per mangiare e vedere un concerto era una cosa impensabile per esempio per gli americani, ma anche per molti altri Paesi della stampa europea. Il pezzo del Folha de Sao Paulo degli anni Ottanta guarda in maniera divertita a questo fenomeno e ironizza un po’ sul fatto che sono eventi che di socialista hanno poco, eventi che raccolgono soldi, ma che Marx e Lenin non avrebbero riconosciuto come eventi legati al comunismo e al socialismo. All’interno di ‘Avanti popolo’ c’è anche un portfolio fotografico di Luigi Ghirri che ha documentato le Feste dell’Unità. Sono foto a colori con un sapore anche un po’ surreale. Osservate oggi, quelle immagini sono malinconiche perché si vede l’apparato, le bandiere, il montaggio dei palchi e Berlinguer che parla alla folla”.

A proposito di Berlinguer, avete deciso di pubblicare un articolo dal titolo ‘L’ultimo leader’.
In occasione della morte di Berlinguer, Marxism today, il giornale comunista inglese, ne ha fatto un bellissimo ritratto che ripercorre la carriera e ricostruisce il Compromesso storico, questo momento potenzialmente enorme che poi la strategia della tensione e l’inizio del terrorismo hanno portato a sfilacciarsi. Questo articolo si chiude con un grande punto interrogativo: che cosa succederà ora?”.

Un interrogativo che riporta a un altro contributo presente in ‘Avanti popolo’, quello offerto da Eric Hobsbawm in dialogo con Achille Occhetto.
“È una intervista interessante per varie ragioni. La prima è banalissima: ancora nel Novanta Occhetto e il suo intervistatore sono in grado di parlare di politica in un modo chiaro, ma che non sfugge alla complessità. Questa intervista fa pensare a quanto si sia impoverito il nostro linguaggio politico, a destra e a sinistra. E mi preme notare come si sia impoverito a sinistra. Occhetto stava raccogliendo i pezzi di un partito in disfacimento, ma aveva una visione del futuro e di quello che sarebbe dovuto essere una sinistra post sovietica e post comunista. Ce l’aveva e la descriveva in modo semplice senza sfuggire alla complessità. Dimostra una lucidità e una proprietà di linguaggio e capacità di veicolare la complessità che difficilmente leggo oggi in una intervista a un leader italiano”.

‘Avanti popolo’ dedica spazio anche ai fumetti dell’epoca.
“Internazionale ha sempre fatto molta attenzione al Graphic journalism e al fumetto. Una associazione di Bologna ha scansionato e raccolto tutti i numeri di un giornale per ragazzi che si chiamava prima il Moschettiere e poi il Pioniere, pubblicato dall’immediato dopoguerra fino agli anni Settanta come alternativa comunista al Corriere dei piccoli o al Giornalino. I comunisti avevano chiara l’idea che dovevano parlare anche con i fumetti alla gioventù del dopoguerra, anche perché durante il periodo fascista i ragazzi italiani non potevano più leggere fumetti stranieri. Abbiamo scelto un episodio di un fumetto pubblicato nel ’47 che racconta la Resistenza e la nuova Italia ai ragazzi. Abbiamo scelto le strisce di Marco l’eroe della montagna. E poi, alla fine del libro c’è un fumetto per bambini che si chiama Cipollino, un personaggio di Gianni Rodari che senza violenza, ma con una risata e una presa in giro smaschera i padroni”.

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