Un lifting per riconoscersi allo specchio? No grazie, identità è altro

Maria Felice Pacitto, psicoterapeuta e membro del Comitato DireDonne, affronta il tema della chirurgia estetica
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di Maria Felice Pacitto
 
Qualche settimana fa, durante lo zapping serale, mi sono imbattuta in una trasmissione di Bruno Vespa: presenti, tra gli altri, Simona Izzo, Eleonora Giorgi e Roy De Vita. Le due signore si sono sottoposte ad un lifting, felicemente riuscito, ed ovviamente ne sono grandi fautrici. Affronta il tema della chirurgia estetica Maria Felice Pacitto, psicoterapeuta e membro del Comitato DireDonne.   
 
Addirittura la signora Giorgi lanciava una proposta: che le Asl lo forniscano gratuitamente in quanto stare male con la propria immagine corporea può portare a stati depressivi. E’ evidente l’enormità della proposta: il servizio sanitario nazionale non riesce ad erogare gratuitamente ben altri presidi di cura come alcune tipologie di psicofarmaci (ansiolitici) ed i farmaci neutrofici. Ma colpisce l’insipienza: è proprio ai soggetti depressi che il lifting non va fatto per il semplice motivo- sottolinea Pacitto- che sarebbe come curare con l’aspirina una polmonite. Sarebbe come curare un sintomo con un sintomo. Se l’immagine di te invecchiata (cosa che ovviamente non piace a nessuno) ti procura un insostenibile malessere è questo che va affrontato e va curato: il lifting sarebbe semplicemente una cura sintomatica e inefficace. Ma non si può pretendere che tutti siano esperti di sanità e di psicologia.    
 
Piuttosto, ciò che mi ha colpito- continua la psicoterapeuta-  di più è stata un’altra affermazione della signora Giorgi: “Non mi riconoscevo più allo specchio!”. Dunque il lifting ti permette, togliendoti una manciata di anni, di riconoscerti. Non sapeva la Giorgi (fortunata lei ché a riflettere su questi questioni si rischia di non dormirci la notte) che con questa affermazione- prosegue Pacitto- apriva una delle questioni più dibattute nell’ambito della filosofia della mente. Al di sotto della fatuità dell’argomento si celano questioni filosofiche ed epistemologiche, dilemmi filosofici che hanno dato luogo a grandi dibattiti anche contemporanei. La domanda fondamentale che vi si cela è: “Che cosa definisce la mia identità? “.
 
Domanda che, come è noto, in modo diverso, fu posta, in termini moderni, per primo da Cartesio:”Che cosa, dunque, io sono?”. Vi si applicò anche Locke il quale, molto in anticipo sui tempi, fece una sorta di esperimento mentale, di quelli, appunto, che usa fare in filosofia delle mente e nelle scienze cognitive. Immaginò- spiega Pacitto- che l’anima di un principe si trasferisse nel corpo di un ciabattino, portando con sé tutti suoi ricordi. Per Locke il ciabattino, nonostante il suo aspetto fisico, diventerebbe realmente il principe. Il filosofo voleva sottolineare come la nostra identità sia costituita dalla continuità dei nostri stati di coscienza e che essa non è riducibile alla fisicità. Il che vuol dire che possiamo anche invecchiare ed assumere sembianze molto diverse da quelle che avevamo da giovani ma mai perderemmo la nostra identità: la coscienza non invecchia. Esiste un meraviglioso meccanismo mentale, sotteso da correlati neurali, che al di là dei nostri cambiamenti psichici (attraversiamo varie fasi di sviluppo) costruisce, momento per momento, il senso della nostra identità stabile attraverso il tempo. Il tema dell’identità è complesso.  
 
Se ne è parlato alla V edizione del convegno di Neuroetica  e Filosofia delle Neuroscienze nella sezione della Scuola di Alta Formazione in Neuroetica con la relazione “La centralità della persona nell’MBP. Dal soggetto solipsistico cartesiano alla teoria della persona di Lynne Rudder Baker”. La filosofa ha elaborato la “teoria della costituzione”, pregevole per l’articolazione del rapporto mente-corpo, non riduzionista, assolutamente compatibile con i risultati delle neuroscienze. Che cos’è dunque la persona? La persona è costituita da un’organismo umano (il corpo umano) con cui si relazione dall’interno(c’è differenza tra il toccare il mio proprio corpo e il corpo di mia figlia), ma non è identica ad esso. Ma ciò che definisce la persona come essere specifico ontologicamente diverso da tutti gli altri esseri viventi è la prospettiva in prima persona cioè- chiarisce Pacitto- la capacità di pensare se stesso come se stesso. Ed è questa capacità che costituisce la nostra identità e che rimane stabile nel tempo. 
 
Pertanto io posso guardarmi allo specchio e vedere una donna con qualche ruga e magari un po’ appesantita. Può non piacermi l’immagine che mi rimanda lo specchio. Ma non posso- conclude la psicoterapeuta- grazie alla prospettiva in prima persona e alla relazione dall’interno che ho con il mio corpo, non riconoscermi come me stessa. 
 

 

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5 Maggio 2019
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