martedì 13 Gennaio 2026

Il diario degli alpinisti morti in Nepal: “Aspettiamo il momento giusto per salire. Ogni metro è una conquista”

"Non sappiamo cosa ci aspetta, ma è proprio questo il bello: affrontare l’imprevisto e portare a casa un pezzo di mondo che pochi hanno visto": questo il motto della spedizione Panbari in cui hanno perso la vita due dei tre alpinisti italiani

BOLOGNA – Una sfida personale, una scalata da conquistare, metro dopo metro, se non altro per “portare a casa un pezzo di mondo che pochi hanno visto”. Era questo lo spirito che animava la spedizione “Panbari Q7” intrapresa dal gruppo dei tre alpinisti italiani Stefano Farronato, Valter Perlino e Alessandro Caputo, finita in tragedia per la morte di due dei tre escursionisti a causa delle nevicate scatenate in tutta la zona dell’Himalaya dal ciclone Montha. Stefano Farronato e Alessandro Caputo sono stati trovati morti al Campo 1, a 5.200 metri: erano dentro la loro tenda, ancora nel sacco a pelo. Sepolti sotto due metri di neve, probabilmente a causa di una valanga. Perlino, tre giorni prima, era sceso al campo base, a 4.800 metri, a causa di un forte dolore a un piede. E la mattina dopo erano iniziate le nevicate che hanno bloccato Farronato e Caputo a 5.200 metri.
Su Instagram, prima di partire, avevano creato una pagina dedicata all’impresa, chiamandola appunto ‘Panbari Q7″, perchè il Panbari “è una montagna un po’ ‘fuori categoria’: non abbastanza per i 7000, troppo per i 6000. Un ‘quasi settemila’ che noi abbiamo deciso di chiamare Q7″.

Una vetta, quella del Panbari Himal alto 6905 metri, che il gruppo aveva scelto perchè si trattava di una meta di nicchia “lontana dalle classifiche e dai riflettori“, difficile e poco battuta. Per Farronato, 51enne originario di Bassano del Grappa, era l’ennesima sfida estrema. Ne aveva messe insieme 18. Tra le altre cose era stato in Alaska in mountain-bike e anche in Islanda. Perlino invece era un alpinista di grande esperienza, che alle spalle aveva scalate su montagne molto impegnative compreso l’Everest. Caputo, 28 anni, era il più giovane della spedizione ed era un maestro di sci esperto: insegnava alla Schweizer Skischule di Saint Moritz, in Svizzera.

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“TRE ANIME DIVERSE UNITE DALLA VOGLIA DI AVVENTURA”

A fare le presentazioni, del resto, ci avevano pensato loro stessi su Instagram. “Siamo Valter Perlino, Stefano Farronato e Alessandro Caputo: tre anime diverse, unite dalla stessa voglia di vivere avventure vere“. Perlino era originario di Pinerolo (Torino), veterinario di formazione, con decenni di esperienza tra spedizioni, scalate tecniche e itinerari poco battuti. Farronato, bassanese e arboricoltore per mestiere, da sempre un instancabile esploratore: dal Nepal all’Islanda, con tante diverse spedizioni fuori dal comune. Caputo, maestro di sci in Svizzera e studente di Giurisprudenza alla Statale di Milano, completa la squadra: la sua presenza porta freschezza, forza e voglia di condividere ogni passo con il Team e con voi”. Si consideravano, nell’insieme, “un bel mix di tecnica, esperienza ma soprattutto voglia di divertirsi facendo qualcosa fuori dai sentieri battuti”.

LA PARTENZA

I tre alpinisti erano partiti insieme all’inizio di ottobre. Questo il post del giorno in cui erano arrivati all’aeroporto di Kathmandu l’11 ottobre. “Atterrati! Il primo respiro d’aria nepalese è un mix di incenso, spezie e pura adrenalina. Ad accoglierci all’aeroporto… l’immancabile collana arancione, simbolo di benvenuto, buon auspicio e, diciamolo, ufficiale inizio dell’avventura! Tra clacson, sorrisi e mille colori, Kathmandu ci abbraccia con la sua energia unica. Le prossime tappe? Ancora tutte da scoprire, ma una cosa è certa: il viaggio è appena cominciato… e promette emozioni forti”.

L’ATTESA DELLA ‘FINESTRA GIUSTA’ PER IL METEO

Anche il programma della spedizione era stato spiegato per bene sui social. E dava l’idea di un’impresa studiata passo passo, senza nessun azzardo o intenzione di ‘strafare’. Gli alpinisti avevano pianificato di fare trekking di allenamento e di avvicinamento, e avevano deciso di tentare la vetta solo quando ci sarebbe stata la “finestra giusta” dal punto di vista del meteo. Per uno terribile scherzo del destino, sono stati investiti da una terribile tempesta di neve proprio mentre si trovavano al Campo 1, a 5.200 metri. Sono stati trovati nella loro tenda, ancora nel sacco a pelo. Sepolti sotto due metri di neve, probabilmente a causa di una valanga.

“NON SAPPIAMO COSA CI ASPETTA, È IL BELLO DELL’IMPREVISTO”

Ecco come spiegavano per esteso il loro programma: “Trekking di avvicinamento con carichi e acclimatamento progressivo”. Poi “salita dei campi alti e preparazione della via” e infine “tentativo di vetta nella seconda metà di ottobre, quando – speriamo – il meteo ci regalerà la finestra giusta”. Erano consapevoli che si trattava di una sfida che poteva riservare imprevisti. Ma avevano deciso di giocarsela. Scrivevano così: “Non sappiamo cosa ci aspetta, ma è proprio questo il bello: affrontare l’imprevisto, vivere la montagna nella sua essenza e portare a casa un pezzo di mondo che pochi hanno visto“.

IL RACCONTO DEL SOPRAVVISSUTO

Avevano pubblicato diverse foto nelle ultime settimane, anche scattate in quota. Il campo base si trovava a 4.800 metri ed è lì che Valter Perlino proprio la sera del 27 ottobre era sceso, per via di un dolore a un piede, legato forse a una trombosi venosa. Anche i suoi due compagni di avventura sarebbero dovuti scendere a 4.800, ma poi forse per la stanchezza hanno rimandato. E proprio lunedì sera ha iniziato a nevicare. Il maltempo e le nevicate sono proseguite per sei giorni. Il sopravvissuto Valter Perlino ha raccontato che si aspettavano l’ondata di maltempo, che ha colpito però con due giorni di anticipo. Farronato e Caputo, benchè bloccati a 5.200 metri, stavano bene, spiega Perlino. “Avevano gas e viveri”. Poi, da venerdì, le comunicazioni si sono interrotte. A quanto pare, i due alpinisti sono stati sorpresi da una tormenta la notte tra giovedì e venerdì. I loro corpi sono stati trovati in tenda, ancora dentro i sacchi a pelo. Sotto due metri di neve.

Questo il post di aggiornamento del 21 ottobre: “Dopo 15 giorni di acclimatamento tra panorami mozzafiato i nostri ragazzi hanno ufficialmente dato il via alla spedizione vera e propria! Sono ora al campo base, dove ogni giornata è un mix di preparazione, salite progressive e sguardi al cielo in cerca di quella finestra di tempo perfetta che permetta loro di puntare dritti alla vetta. L’energia è alta, la squadra è compatta e la montagna… li osserva. Avanti tutta, ragazzi, il PanBari fa il tifo per voi”.

L’ULTIMO POST: “OGNI METRO È FRUTTO DI ESPERIENZA”

L’ultimo post del loro ‘diario’ social è datato 26 ottobre, il giorno prima che venissero investiti dalle nevicate del ciclone Montha che per giorni hanno poi colpito duramente tutta la zona dell’Himalaya. “Noi tutto ok, su e giù per i campi: C1 a 5200 e C2 a 5800 per portare materiale e acclimatarci.
Oggi arrivati a 6000 e poi discesa al Base Camp per 2/3 giorni di riposo. Sviluppi enormi: 18 km fino al BC, poi 8-10 km su morena e pietraie fino al C1, altri 6 km ripidi su neve fino al C2. Solo noi. I francesi hanno lasciato ieri, 3/3 — per fortuna tracciando parte del percorso in neve fresca”. E infine: “Il racconto di un percorso duro, solitario e affascinante, dove ogni metro guadagnato è frutto di forza, esperienza e rispetto per la montagna. Il Panbari si fa sentire, ma il team risponde con determinazione e spirito di squadra”.

LE PAROLE DI FARRONATO ALLA VIGILIA: “SFIDA PERSONALE”

Farronato è originario di Bassano del Grappa e oltre che alpinista è anche arboricoltore e appassionato di sfide estreme. Nel 2018 è stato impegnato nella “Yokon arctic ultra 2018”, tra le più fredde ed estreme gara del mondo affrontando 483 km in 9 giorni, a -50 gradi. Nell’estate del 2016 ha compiuto invece la traversata dell’Alaska in mountain-bike. Alla vigilia della partenza aveva dichiarato: “Ogni partenza è un’emozione nuova. Non è solo la conquista di una vetta, ma un viaggio dentro se stessi, un confronto con i propri limiti e con l’imprevedibilità della natura. Le montagne himalayane ti fanno sentire piccolo, ma proprio lì si nasconde la vera essenza dell’esplorazione: il silenzio, la fatica e la meraviglia di un mondo incontaminato”. E ancora: “Il Panbari è una sfida fatta di imprevisti e di superamento personale, nel solco di un alpinismo autentico e silenzioso”. I tre alpinisti, una volta arrivati in Nepal, si erano diretti verso la regione del Manaslu per raggiungere i campi d’alta quota e prepararsi al tentativo di vetta.

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