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Inclusione e sport, l’esperienza dei Kennedy all’Università Niccolò Cusano

In ateneo Tim Shiver, presidente di Special Olympics International
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ROMA – Il gioco può cambiare la realtà. Renderla diversa, migliore. Ma come fa una corsa dietro a un pallone a capovolgere la prospettiva? “Basta andare oltre la superficie, guardare al di là delle apparenze” per scoprire un altro mondo. Sport è inclusione, questo è il messaggio. Il primo trasmesso da Special Olympics, il movimento nato nel 1968 che oggi conta circa 5 milioni di atleti, con e senza disabilità intellettiva, in 169 Paesi. A parlarne, ancora una volta, è stato il presidente di Special Olympics International, Tim Shriver, figlio della fondatrice Eunice e nipote di John Fitzgerald e Bob Kennedy: “Semplicemente con un gioco, facendo sport, si possono cambiare le cose e sanare le ferite della società” ha spiegato Shriver, che insieme all’atleta simbolo Loretta Claiborne ha incontrato oltre 200 studenti nell’aula magna dell’Università Niccolò Cusano, e altri 1.000 erano collegati in diretta con la pagina facebook dell’ateneo.

Dall’esperienza di Shriver è nato un libro, ‘Pienamente vivi’ (Edizioni Itaca) che racconta proprio l’influenza esercitata dalle difficoltà della zia Rosemary su tutti i familiari, rivelando pagine inedite della storia della famiglia Kennedy. “Il senso del libro non e’ dare delle risposte ma invitarvi a porvi una domanda: cosa vi fa sentire pienamente vivi? La mia esperienza entrando in contatto con Loretta e tutti gli altri atleti e’ stato un modo per iniziare un percorso che mi ha fatto sentire più vivo”.

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Stando in mezzo a loro, Shriver ha capito che “spesso quando ci guardiamo, lo facciamo in modo sbagliato, giudicando e facendo errori. Il messaggio di Special Olympics, invece, e’ semplice: dobbiamo guardare andando oltre la superficie, cercando l’anima e il cuore delle persone. Perche’ ogni atleta corre, nuota, gioca al meglio e al massimo delle sue possibilita’, vincendo anche se arriva settimo o decimo. Tutto quello che chiedono agli altri non è aiuto ma di unirsi a loro e includerli”.

Una richiesta che nessuno più di Loretta Claiborne è in grado di spiegare, nella sua veste di atleta simbolo del movimento. “Sono nata con dei problemi di vista e una disabilità intellettiva. Nel mio quartiere ero continuamente esclusa da qualsiasi tipo di attività, compreso il gioco. A quei tempi le persone di colore non erano accettate, ma c’era qualcosa di più verso di me: ci ho messo molto tempo a capire che il mio problema era la disabilità intellettiva e ho cominciato a vivere con tanta rabbia, sempre con i pugni chiusi”. Finché non è arrivata Eunice Kennedy a darle una possibilità. Tutto è cambiato e alla sua storia addirittura la Walt Disney ha dedicato un film. “Ho ricevuto un’offerta di borsa di studio di Special Olympics. ‘Non è quello che ti manca che conta, ma quello che hai da dare e che sai fare sul campo’, mi disse quel giorno Eunice.


Ecco perché lo sport è il mezzo di inclusione per tutti: lei aveva capito quello che la società ancora stentava a comprendere, e io penso davvero che lei meritasse il Premio Nobel. Spero che un giorno tutti possano avere il diritto di giocare, lavorare e fare sport pienamente, in modo inclusivo, perche’ tutti abbiamo qualcosa da offrire a questo mondo”. Dall’Università Niccolò Cusano, insomma, l’occasione “speciale” per parlare “ai leader del domani”, ha spiegato il presidente di Special Olympics Italia, Maurizio Romiti. “Il mondo forse non ci soddisfa in pieno, ma uno dei nostri obiettivi e’ cambiarlo e mettere le persone in grado di dimostrare che non sono diverse. Tutto questo grazie allo sport”.

Da tempo l’Unicusano ha sposato in pieno il progetto, “abbiamo intrapreso questa strada e continuiamo a percorrerla con grande impegno- ha detto con soddisfazione il rettore dell’ateneo, Fabio Fortuna– Crediamo che si debba prendere esempio da questi giovani, che pur essendo in condizioni svantaggiate dimostrano il loro entusiasmo e superano i loro problemi. Sono stato davvero felice di aver visto tanti giovani partecipi, attenti e sensibili ai temi trattati”. Il gioco come cura, quindi. Lo dice anche Filippo Pieretto, giovane atleta italiano: “Lo sport e’ la medicina giusta, mi fa sentire bene e a mio agio, mi ha dato sicurezza per affrontare le difficolta’ e crescere”.

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