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In Ucraina, da Kherson a Mykolaiv: dove il Mar Nero è una roulette russa

Gli scheletri della guerra, la speranza e l'impegno di chi aiuta

Pubblicato:04-07-2024 09:55
Ultimo aggiornamento:04-07-2024 22:25

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(Fotografie: Vincenzo Giardina e Matteo De Mayda)

MYKOLAIV (Ucraina) – Zeta e svastiche su scarafaggi di metallo, la livrea verde divorata dalla ruggine. Carcasse di carri armati, piantate in via Admiralska: intanto un ragazzino monta sullo scafo e guarda dentro la torretta. “È un museo all’aperto, perché tutti possano ricordare ciò che è accaduto” ammonisce Anatolij, che si ferma per spiegare. Ha 51 anni e da un po’ abita qui a Mykolaiv, una città di cantieri navali affacciati sul mar Nero.

Anatolij in realtà proviene da Kherson, 70 chilometri più a est, in riva al fiume Dnepr, che nell’Ucraina meridionale è la linea del fronte; e da dove in tanti continuano ad arrivare, valige, buste e bustoni, perché l’altra sponda sta là e il rischio troppo alto. “Restare sarebbe stato come giocare alla roulette russa” dice Anatolij con un sorriso amaro. Anche i carri armati in via Admiralska erano russi.


Le lettere zeta, dipinte in bianco, sono il simbolo dell’“operazione militare speciale” avviata il 24 febbraio 2022: obiettivo marciare su Kiev, deporre il presidente Volodymyr Zelensky e “denazificare” l’Ucraina. Non è andata così: qualcuno ha disegnato svastiche sulle carcasse, forse per irridere il capo di Stato russo Vladimir Putin, mentre di quella che avrebbe dovuto essere una guerra lampo non si vede la fine.

All’incrocio con via Naberezhna incontriamo Anna Horbatenko, coordinatrice di Innovatsiini sotsialni rishennya, un’organizzazione che presta assistenza a chi ha bisogno in una trentina di città dell’Ucraina, compresa Mykolaiv.

“Da quando ci siamo messe al lavoro nell’agosto di due anni fa”, dice la volontaria, “abbiamo supportato almeno 3mila persone, spesso sfollate da Kherson o da zone rurali sotto tiro vicino al fronte”. Si inserisce una collega. Si chiama Maryna Tokmakova ed è psicologa: “Aiutiamo a trovare un posto dove dormire, a cercare un lavoro e a superare il trauma della violenza”. Si incontrano storie di vita quotidiana, a volte pure straordinarie. “Come quella coppia, moglie e marito sui 70 anni, gli occhi che brillavano di gioia” ricorda Tokmakova. “Erano stati a Kherson per verificare i danni causati alla loro casa da un bombardamento e avevano visto che una delle pareti era ancora in piedi; invece di disperarsi, dicevano: ‘Le altre tre le ricostruiremo’”.

RITORNARE È UNA SCOMMESSA

Il rischio di cecchini e colpi di mortaio dall’altra riva è troppo alto. Anche le Nazioni Unite non organizzano missioni a Kherson che durino più di due ore, convoglio blindato e rientro sempre in giornata. Paradossalmente, Mykolaiv è tornata a vivere anche per questo: è subito dietro il fronte e a tante persone ostaggio della guerra permette di non allontanarsi troppo da casa. “Nel 2022 la città si era quasi svuotata, poi piano piano sono cominciati i rientri, anche dall’estero” sottolinea Iliya Kurtev, un responsabile locale del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), che supporta anche le assistenti sociali di Mykolaiv.

CORRENTE ELETTRICA RAZIONATA

Che la città abbia ripreso a vivere lo si vede quando va via la corrente elettrica, da tempo razionata a causa dei raid sulle centrali. All’ora del tramonto il corso pedonale si riempie di passeggini. E sul lungofiume, dalle parti dello Yacht Club, si tuffano ragazzi che non hanno ancora 25 anni e l’obbligo della leva. E’ arrivata l’estate, anche se è come sospesa. Nessuno fa previsioni, qualcuno al massimo condivide speranze. Mykolaiv non è più sulla linea del fronte dal novembre 2022, quando i russi si sono ritirati da Kherson attraversando il ponte sul Dnepr. Restano però gli scheletri della guerra. Come la scuola numero 51, centrata da un missile balistico alle cinque del mattino. “E proprio la scuola mi ha salvato” piange Ljudmila Stablina, 66 anni, che abita lì accanto e per sei mesi è stata rifugiata anche in Italia, a Treviso. Gesticola mimando la traiettoria: “Vedi, proprio da quella parte; avrebbe colpito in pieno casa mia, invece i vetri sono andati in frantumi ma lei sta ancora in piedi”. Tra le macerie della scuola si intravedono alcuni banchi e le spalliere di una palestra. “Mio nipote frequentava l’undicesima classe” racconta Stablina. “Ora ha 19 anni, sta bene e studia all’accademia navale di Odessa: diventerà marinaio”.

Ripassiamo in via Admiralska, accanto ai carri armati con le lettere zeta. Oltre le transenne e un posto di blocco c’è quel che resta di un grattacielo in stile staliniano. Pezzi di tetto e pavimenti sembrano dondolare appesi a un filo. Fino al 29 marzo 2022 il palazzo era la sede del governatorato regionale. Oggi non ci si può avvicinare, si può provare a immaginare. L’esplosione, che ha divorato il cuore del grattacielo, è avvenuta alle 8.35 del mattino. Secondo un’inchiesta pubblicata da The Truth Hounds, un’organizzazione insignita del Premio Sakharov dal Parlamento europeo, il colpo è partito dalla fregata russa Admiral Essen che a quell’ora incrociava nel mar Nero. Un filmato accrediterebbe l’ipotesi di un missile da crociera Kalibr.

“Le vittime sono state almeno 37, mentre il governatore si è salvato perché non si trovava nel suo ufficio” riprende a raccontare Anatolij. Si siede sotto un monumento in marmo che ricorda i caduti della “Grande guerra patriottica”. Il porto di Mykolaiv, in russo Nikolaev, fu liberato dai nazisti tra il 28 e il 29 marzo di un altro anno: era il 1944. A riprendere la città furono i reparti di Rodion Malinovskij, un generale nato a Odessa e morto a Mosca. Nel ‘44 era al comando delle truppe sovietiche, russe, ucraine e non solo. Allora i nemici erano tedeschi. 

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