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Nato, Altun (minoranza curda in Svezia): “Ci hanno tradito ma non ci arrendiamo”

“I curdi che vivono in Svezia sono fortemente delusi dal memorandum, che è stato firmato a nostre spese e che è senza vergogna", dice il portavoce del Navenda Civaka Demokratik a Kurd (Ncdk)

04-07-2022 19:20
curdi svezia
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ROMA – Il memorandum siglato fra Turchia, Svezia e Finlandia che dovrebbe aprire all’adesione dei due Paesi scandinavi alla Nato “è vergognoso e a spese della popolazione curda”. Nonostante questo, però, “crediamo nella società svedese e nella sua democrazia e sappiamo che il popolo svedese è con noi”. A parlare così è Ridvan Altun, portavoce del Navenda Civaka Demokratik a Kurd (Ncdk), organizzazione di rappresentanza della minoranza curda in Svezia.

L’agenzia Dire raggiunge l’attivista pochi giorni dopo la sigla di un accordo fra Ankara, Stoccolma ed Helsinki, avvenuta nel contesto del vertice Nato che si è svolto a Madrid la settimana scorsa. L’intesa, un memorandum in dieci punti, è servita a sbloccare un’impasse nel processo di adesione dei due Paesi all’Alleanza atlantica, cominciato ufficialmente il mese scorso con le richieste dei due governi scandinavi, giunte nell’ambito dell’offensiva militare russa in Ucraina e dei conseguenti timori dei Paesi confinanti o vicini alla Russia.

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Altun, che vive a Orebro, 160 chilometri a ovest della capitale Stoccolma, si aggiunge al coro delle organizzazioni curde e in difesa dei diritti umani che hanno criticato l’accordo. “I curdi che vivono in Svezia sono fortemente delusi dal memorandum, che è stato firmato a nostre spese e che è senza vergogna”, denuncia l’attivista. “È abbastanza per poter dire che i nostri diritti sono stati sacrificati sull’altare di affari loschi”.

Diversi i punti controversi contenuti nel documento. Nel punto 4 Stoccolma ed Helsinki ribadiscono il sostegno alla Turchia contro le minacce alla sua sicurezza nazionale e in quest’ambito si impegnano a negare qualsiasi supporto alle Unità di protezione popolare (Ypg) e alle Unità di protezione delle donne (Ypj), due milizie attive nei territori controllati de facto dai curdi nel nord della Siria, già in prima linea nel combattere l’espansione del gruppo Stato Islamico (Isis). Secondo Ankara, quest’organizzazione non è altro che il braccio siriano del Partito curdo dei lavoratori (Pkk), forza politica ritenuta terroristica impegnata in un conflitto con lo Stato turco che continua ormai da 40 anni.

Al terzo sottopunto dell’ottavo passaggio del memorandum, Stoccolma e Svezia inoltre promettono di “prendere in considerazione le richieste in sospeso di estradizione o espulsione di sospetti terroristi da parte della Turchia in modo rapido e completo, tenendo conto delle informazioni, delle prove e dei documenti di intelligence fornite da Ankara”, nonché di “stabilire quadri giuridici bilaterali necessari per facilitare” queste estradizioni “per cooperare in materia di sicurezza, in conformità con la Convenzione europea in merito”.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha reso noto di aver chiesto il trasferimento di “73 terroristi”, fra i quali figurano personalità curde, anche un ex sindaco, e diversi appartenenti di primo piano all’hizmet, il movimento del predicatore Fethullah Gulen definito in Turchia l’Organizzazione terroristica di Fethullah (Feto). La rete che fa capo al religioso, che vive negli Stati Uniti ed è stato uno degli uomini chiave dell’ascesa di Erdogan prima di tramutarsi in uno dei suoi principali avversari, è accusata di aver predisposto un tentativo di golpe nel luglio del 2016.

Altun, originario della Turchia ma residente in Svezia da più di 30 anni, non si ritiene preoccupato dalla lista, che definisce “inutile” in sé per sé e “uno strumento utile sia per poter fare pressione sulla Svezia in altri ambiti legati alla repressione della minoranza curda sia per ottenere punti facili a livello di propaganda interna in Turchia”.

Lo scenario descritto dall’attivista sembra essere fosco per i curdi che vivono nel Paese scandinavo, che secondo i calcoli dell’Institut kurde de Paris, uno dei principali centri culturali e accademici della diaspora di questa minoranza, sarebbero non meno di 85mila. Nonostante questo, ci sarebbero ragioni per continuare a sperare. “Ci aspettiamo comunque un atteggiamento fermo nei confronti della Turchia da parte del governo svedese, soprattutto perché crediamo nei valori democratici di questa società” dice Altun. “Il popolo è che noi e tutti insieme lavoreremo per la democrazia e per il bene di tutti”.

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