Come aiutare i giovani Hikikomori, la psicologa: “La manualità per uscire dalla dipendenza”

Il fenomeno riguarda chi, tra i 12 e 30 anni, sceglie di rinunciare alla vita sociale non uscendo più di casa e rifugiandosi nel web
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ROMA – Barbara Volpi, psicologa, psicoterapeuta e docente di Psicologia Dinamica e Clinica presso l’Università degli Studi La Sapienza, è intervenuta ai microfoni della trasmissione ‘Un Giorno da Ascoltare’ condotta da Arianna Caramanti e Camilla Vitanza su Radio Cusano Campus, per parlare del fenomeno degli Hikikomori, ossia i giovani tra i 12 e 30 anni che scelgono di rinunciare alla vita sociale e urbana non uscendo più di casa. Un fenomeno anche italiano.

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“Il fenomeno degli Hikikomori è in rapida crescita anche in Italia ma nasce negli anni ’80 in Giappone. Già allora era stato messo in evidenza il fenomeno di ragazzi che si chiudevano in casa abbandonandosi al computer. Gli Hikikomori sono ragazzi molti sensibili, molto intelligenti ma che vivono con estrema difficoltà le relazioni interpersonali. Trovano così un rifugio nel web che considerano perfetto e funzionante: gli Hikikomori non riescono ad affrontare il mondo esterno sia per un senso di vergogna sia per l’incapacità di confrontarsi in un contesto sociale. Lo schermo permette, quindi, di costruirsi una vita che si ha difficoltà a vivere realmente. Non bisogna ignorare i campanelli d’allarme: dare il cellulare in mano a bambini di 10 anni senza educarli all’uso del mezzo può essere pericoloso. Bisogna agire in maniera preventiva prima di arrivare al disagio e alla dipendenza. La comunicazione è importante e permette, che bambini di un anno non utilizzino il cellulare come diversivo mentre il genitore è impegnato a fare altro”.

Chi sono gli Hikikomori. “Gli Hikikomori sono per la maggior parte di sesso maschile e su di loro c’è molta pressione da parte dei genitori sulla riuscita sociale, sullo studio e sulle attività extra. Se da bambini questi soggetti cercano di compiacere i genitori adeguandosi alle loro richieste, crescendo, si ribellano chiudendosi nel web perché non sono abituati a vivere l’affettività all’interno del nucleo familiare. Cercano di distruggere la normalità del quotidiano anche invertendo i ritmi circadiani: passano la notte al computer e dormono il giorno. Inoltre, c’è una forte componente di aggressività tra gli Hikikomori. Questo porta ad un’inversione dei ruoli genitore-figlio per cui i genitori spesso hanno paura di contrastarli”.

La terapia. “La terapia spesso inizia con la famiglia, perché i ragazzi affetti da questa patologia non escono di casa. Gli Hikikomori sono assenti con la mente, come se fossero addormentati. Devono essere ‘risvegliati’ lentamente. Un mio paziente mi ha detto: ‘Come faccio ad uscirne? Ormai la mia vita è così’. In una situazione del genere è necessario un approccio fattivo, anche cercando di confrontarsi con la Web Community di Hikikomori. Questi ragazzi vanno distratti dal computer: una buona terapia è quella di utilizzare le mani per creare qualcosa. Un altro paziente ha preparato una torta con sua madre, distogliendosi così dal computer. Più passa il tempo più è difficile intervenire. E’ chiaro che si tratta di una patologia che nasce laddove sono già presenti dei costrutti di base come l’ansia sociale e la depressione. Patologie che spesso si tramutano nel ritiro all’interno del web e nella dipendenza, ma non è mai l’uso dello strumento a portare alla patologia. Infatti, la dipendenza da internet non è tuttora riconosciuta come una patologia vera e propria. Il web è un anticipatore del disagio ma alla base c’è altro”, ha concluso Volpi su Radio Cusano Campus.

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4 Giugno 2019
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