Qatar, pronti gli aumenti per i lavoratori della coppa del mondo

Il torneo del 2022 sarà una sfida anche sul terreno dei diritti umani
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ROMA – A poco più di un mese dal fischio di inizio dei Mondiali di calcio in Russia, il Qatar fa parlare di sé per l’edizione successiva del torneo, in programma nel 2022: al centro, ancora una volta, il tema dei diritti dei lavoratori stranieri impiegati nei cantieri degli stadi e delle altre infrastrutture. In settimana l’emirato si è impegnato ad aumentare entro la fine dell’anno il salario minimo, ora fissato all’equivalente di 170 euro mensili. La notizia è arrivata a conclusione di un incontro di due giorni tra il ministro del Lavoro Issa Saad al-Jafali al-Nuaimi e Sharan Burrow, segretario generale della Confederazione sindacale internazionale (Ituc). A darne l’annuncio è stata la stessa Burrow, che non ha tuttavia chiarito a quanto dovrebbe ammontare tale aumento. Il Qatar si è attirato in questi ultimi anni varie critiche da parte dei difensori dei diritti umani a livello internazionale, poiché accusato di non tutelare i circa 800mila lavoratori stranieri attratti dalla richiesta di manodopera in vista della Coppa del mondo di calcio. Secondo fonti di stampa internazionali, la maggior parte dei lavoratori proviene da India, Nepal, Bangladesh e Pakistan. Dal 2010, già 1.200 secondo l’Ituc hanno perso la vita per mancanza di sicurezza, ma anche per malattie o stanchezza derivanti da condizioni di lavoro estenuanti e malsane, e sempre l’Ituc prevede che entro il 2022 i morti sul lavoro potrebbero essere 4mila. Amnesty international ha testimoniato ad esempio il caso di un uomo che ha lavorato per 148 giorni consecutivi senza un solo giorno di riposo.

Lo scorso anno, Doha ha siglato un accordo di cooperazione con l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) della durata di tre anni, per effetto del quale sono già state implementate alcune riforme tra cui il primo aumento del salario minimo, che ora tocca i 170 euro mensili.
Un passo in avanti sulla strada dei diritti sarebbe rappresentato poi dall’abolizione della “kafala”, la pratica che vincola i migranti al primo impiego trovato: per licenziarsi, cambiare lavoro o lasciare il Paese devono ottenere un’autorizzazione o un visto d’uscita, che Doha ha assicurato di abolire nelle prossime settimane. Secondo un report di Amnesty international del 2017, quattro datori di lavoro su dieci “trattengono” il passaporto del proprio impiegato, sebbene la pratica sia illegale. Il 79% dei lavoratori immigrati intervistati poi ha confermato di aver pagato una tassa sulla propria assunzione, mentre all’interno di una stessa azienda il 25% dei lavoratori ha dichiarato di non denunciare le carenze negli standard di sicurezza per timori di ritorsioni.


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