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Genova, la movida immobile e silenziosa ai tempi del coronavirus

GENOVA – Se fosse una serata normale, sarebbe l’ora perfetta per un asinello. Pero’, una serata normale non e’. Eppure da Adriano e dalla Marchesa voglio andarci lo stesso.

L’asinello, per chi ancora non lo sapesse dopo che anche gli Ex-Otago gli hanno dedicato un’ode, e’ l’aperitivo (ma anche il dopocena, il durante ecc. ecc.) principe della citta’ vecchia: un vino bianco aromatizzato, altrimenti detto corochinato, servito freddo e con una virgola di limone.

E Adriano e sua moglie, “la Marchesa” appunto, sono i due antichi custodi di questa preziosa tradizione che, dal loro baretto popolare in Canneto il Lungo, ogni sera hanno saputo attrarre centinaia di genovesi e non. Cosi’ che il “loro” nettare e’ tornato di moda un po’ ovunque. Una serata di movida genovese non puo’ dirsi tale se non prevede almeno una tappa qui.

Oggi, pero’, la saracinesca e’ abbassata: “Chiuso causa coronavirus”, recita inappuntabilmente un piccolo cartoncino vergato da una grafia che testimonia le tante primavere passate dietro al bancone. Non poteva che partire da qui il viaggio dell’agenzia Dire alla riscoperta di spazi insolitamente vuoti nel cuore della “Superba”.

Qui, “nei quartieri dove il sole del buon Dio non da’ i suoi raggi”, dove solitamente i gomiti si intrecciano, il vociare si attorciglia fino a salire alto sui tetti dei palazzi e, ogni tanto, ti sembra quasi che manchi l’aria, stasera non c’e’ (quasi) nessuno. L’unica serranda ancora sbloccata e’ quella della rosticceria, una paio di portoni piu’ in la’: si rassetta tutto, prima del meritato riposo.

“Hai mica del lievito?”, chiede un giovane avventore. “Mi ha mandato mia mamma a comprarlo”. Il titolare sorride: “Lievito? Mai avuto. E mi sa che a quest’ora ti e’ andata male”. Lo lasciamo alla sua caccia al tesoro disperata e ci spostiamo verso un altro must delle serate nei vicoli: piazza delle Erbe.

Un A4 in bianco e nero sul muro recita: “Meno fast-food, piu’ socialita’”. Firmato: “Comitato per la qualita’ della vita emozionale e la priorita’ dei rapporti umani sulle merci”. Ma di rapporti umani stasera non ce ne sono, neppure “alle Erbe”. Niente ragazzi troppo giovani e troppo ubriachi, alla ricerca dell’ennesimo shottino. Niente quarantenni in coda per entrare in trattoria o nei pub con musica dal vivo. Il “disagio” e’ rimasto a casa, magari si e’ trasferito su qualche chat o videoparty. Pace per le orecchie dei residenti, un po’ meno per la vita dei commercianti.

Da qui ai Giardini Luzzati il passo e’ breve. Ma il cammino e’ sbarrato da inferriate e lucchetto. Anche qui, dove si ritrovano i giovani un po’ impegnati e “alternativi”, come si sarebbe detto una volta, non ci puo’ essere nessuno. Salvo qualche cane nei dintorni, costretto dal padrone all’ennesima uscita della giornata.

Scendiamo rapidamente in San Donato senza incontrare anima viva e veniamo colti, un po’ di sorpresa, da un camioncino dell’Amiu che va a raccogliere la spazzatura. Giro in San Bernardo con una facilita’ inaudita. Cosa impossibile a farsi in un venerdi’ sera normale. Qui sembra esserci piu’ vita del previsto. Niente allarmi, per carita’. Qualche fattorino di cibo. Qualche cane con padrone. Qualche boccata d’aria.

Ma l’attenzione mi viene presto catturata da uno strano percorso di cuori, di spruzzatura apparentemente fresca, rossa. Novello “Pollicino”, li seguo, deviando un poco dall’itinerario che avevo pensato. E dopo qualche atrio e ventricolo: “Buon compleanno, pasticcino”. L’amore ai tempi del coronavirus. Senza volerlo siamo arrivati davanti al Nick Masaniello. Non sapete cos’e’? Finito il lockdown venite in piazzetta dei Maruffo, suonate e provate.

Riprendiamo la via e, qualche svolta piu’ in la’, ecco l’angusta piazzetta di San Cosimo con la sua Taverna Zaccaria. “Guarda avanti”, suggerisce quasi beffarda una tag. Cosi’ raggiungiamo la scalinata desolata di piazzetta Embriaci, davanti alla Negroneria. Da qui, si scende seguendo un improvvisato corridore, un saluto alla saracinesca del “Kowalski” e via rapidamente sullo spartiacque di via San Lorenzo, con sua maesta’ la cattedrale. Poi ancora giu’, in piazza Campetto, senza quasi fermarsi in “Scurreria”, tanto il pub e’ chiuso. Qui ecco con l’unico vero assembramento della serata. E anche l’unico vero scambio di parole. No, niente ragazzini che sgarrano. Tutto in sicurezza, per carita’. E’ una nutrita pattuglia di vigili urbani, intenta al proprio dovere.

“Dove se ne va di bello?”, chiedono con fare gentile ai pochi passanti che incrociano. Un rapido controllo e il nostro giro puo’ continuare.

Sbuchiamo in piazza Lavagna, dove solitamente una folla rumorosa sta finendo un qualcosa di indefinibile tra un lunghissimo aperitivo o una cena “un po’ cosi'” nei tanti localini che si affacciano in questo piccolo quadrilatero. Stasera, pero’, la colonna sonora e’ un silenzio quasi inquietante. Non ci sono neppure le proiezioni musicali di Elisabetta e Sarah, che, di tanto in tanto, in questi giorni di clausura, al primo buio, allietano i vicini sparando sui muri di questi colorati palazzotti qualche pezzo indimenticabile, rigorosamente in bianco e nero.

“Suimuridipiazzalavagna”, appunto. Ci si perde a testa in su a osservare le tante lucine che filtrano da finestroni affastellati. Una rapida toccata “alla Lepre”, incrociando giusto qualche “ratto” e arriviamo alla nostra ultima tappa. Via della Maddalena, 21.56. Anche Jalapeno e’, ovviamente, chiuso. A darci la buonanotte solo il volto di Fabrizio De Andre’. Poteva andare peggio. I “suoi” spacciatori e le “sue” graziose sembrano essersi dileguati. E, anche per noi, e’ arrivato il momento di tornare a casa. L’ora d’aria ma, soprattutto, il giro dei locali senza manco mezza pinta, e’ durato fin troppo.

Bilancio della serata: 27 cani, con padroni; due runner o improvvisati tali; una decina tra rider e walker alle prese con le ultime consegne a domicilio della giornata; qualcuno che torna a casa da lavoro; qualcuno che non si sa bene perche’ sia in giro a quest’ora. Un gatto. Tre topi vivi. Un topo morto, senza padrone. E zero asinelli. Anzi, no. Uno. Quello che, per stavolta, ci si beve solo tornati a casa.

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4 Aprile 2020
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