E adesso, per favore, ricordiamoci del Congo

congo credits UN Photo/Victoria Hazou
Un incontro in redazione e il dovere dei cronisti, prima e dopo l'agguato del 22 febbraio
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ROMA – “Le donne contribuiscono in modo unico alla realizzazione del bene comune, ma se subiscono violenza, se sono vittime di tratta e di schiavitù, se la loro dignità è ferita, cosa rimane?” Il 30 settembre ci interrogava così Brigitte Kabu, voce della comunità congolese in Italia. Nella redazione della Dire, in un incontro organizzato con gli amici di Nigrizia, ci parlava di voglia di giustizia immaginando un tribunale penale internazionale per porre fine all’impunità.

I fatti del 22 febbraio, con l’assassinio dell’autista delle Nazioni Unite Mustapha Milambo, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’ambasciatore Luca Attanasio, ci hanno ricordato che nulla è stato fatto. Nel 2020, solo nelle province orientali del Nord e del Sud Kivu, ribelli, banditi e militari hanno ucciso oltre 1.500 civili. “Quattro al giorno” calcola Pierre Boisselet, coordinatore dell’osservatorio Kivu Security Tracker. 

È stato scritto che Milambo e Iacovacci credevano nel loro lavoro. Come ci credeva Attanasio, che aveva viaggiato 2.500 chilometri per vedere ancora una volta cosa stesse accadendo nel Nord Kivu. Ecco, per favore, ricordiamoli così: senza più dimenticarci del Congo.

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