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Cristiano Ronaldo era il problema? Cristiano Ronaldo è la soluzione

ronaldo manchester united
Il portoghese è come Attila: quando passa lui non cresce più l'erba. Lascia vuoti incolmabili, voragini
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ROMA – Va ora in onda, a rete unificata, l’elogio di Cristiano Ronaldo. Stagione 19, episodio 620. Senza epilogo, nemmeno apparente. Come non avesse età, come se quella anagrafica fosse più che altro parente di un’era geologica: ci sarà un avanti-Ronaldo e un dopo-Ronaldo, prima o poi. La venerazione è quasi religiosa, la retorica va di pari passo. E non c’è verso di passare oltre, a miglior (o peggior) vita: quella in cui la presenza di Ronaldo è densa come il Das, e poi quando va via è un lutto da elaborare. Lui in ogni caso calamita sentimenti, in tutti i luoghi e in tutti laghi: Liga, Serie A, Premier. Che differenza fa.


La stampa inglese stamattina ha fatto carta straccia dei precedenti editoriali in odor di bestemmia. Nelle scorse settimane aveva messo in dubbio persino la titolarità di Ronaldo il Salvatore. Solskjaer – che ora passa per fesso ma non lo è – si è ben guardato dal lasciarlo fuori, e quello l’ha ripagato come ultimamente fa: gol (due all’Atalanta pescati dal nulla) e panchina messa in ghiaccio. Fa nulla che per contrapposizione il tecnico sia ormai oggetto di lapidazione a mezzo stampa. Ronaldo è così: è un buco nero, attrae la prossimità fino a inghiottirla.


La rilettura aggiornata del campione cannibale è la perfetta continuazione della sua carriera egoriferita. È a suo modo un rivoluzionario: il più individualista campione del calcio moderno, che a disposizione della squadra mette i gol, i risultati, l’efficacia, ma null’altro. Il resto è un suo bottino. Un’esclusiva. Per cui ciò che orbita nel suo campo magnetico prima o poi fa una brutta fine. È quasi un saprofita. Lo ingaggi e “stipuli un patto faustiano: trasformi la tua squadra in una macchina del piacere di Ronaldo”, scrive il Guardian. “Ronaldo risolve i problemi che crea Ronaldo. Ronaldo ripristina la supremazia che Ronaldo contribuisce a perdere”. E, come sottolinea la tedesca Faz, funziona come Attila: quando passa lui non cresce più l’erba. È successo al Real Madrid, poi alla Juventus. Lascia vuoti incolmabili, voragini.


Fa un po’ tenerezza, a riprenderla oggi, la grammatica dell’addio con cui l’Italia l’ha accompagnato alla porta ad agosto. Quella stessa stampa che lo aveva fino ad un attimo prima tratteggiato in maniera quasi caricaturale con lo stilema del supereroe (gli misuravano l’elevazione in area in scala Tamberi), gli ha scritto addosso un po’ tutto. Il sunto era: è bollito. E lui, d’altra parte, si comportava come tale. Non voleva più stare a Torino e da leader carismatico s’era trasformato in quello insopportabile del lunedì sera al calcetto. Quello che si lamenta coi compagni che non gli passano il pallone. Vittima di lesa maestà. La ripetitività di quella ostentata frustrazione aveva stancato anche i media più compiacenti. E alla fine la stessa Juventus s’era illusa che Ronaldo fosse ormai vittima del suo stesso personaggio ultra-competitivo.


E invece eccolo là, che risponde sornione alla domanda stupita del bordocampista inglese: “L’hai fatto, un’altra volta…”. Lui sogghigna, smuove di poco una spalla e un sopracciglio. Tace, superiore. Per i feticisti della retorica gladiatoria è ancora lì a mostrare gli addominali in faccia al mondo. E pure la rappresentazione della sua vita professionale come un’enorme Tana delle tigri resiste al tempo e alla cronaca. “È un po’ tardi – scrive ancora il Guardian – per iniziare a cavillare sulla sua capacità difensiva”. Lui fa i gol, vince le partite. Alza un muro sui cui si erge. Attualmente è impegnato a trasformare il Manchester United da squadra della classe operaia in prodotto di intrattenimento di lusso. La sua ultima macchina del piacere è fatta a sua immagine e somiglianza.

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