Fece trasfusione a testimone di Geova contro la sua volontà: medico condannato

Il fatto risale al 2013 quando, non rispettando le Disposizioni Anticipate di Trattamento, il medico fece quattro trasfusioni ad una paziente
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – Condannato per violenza privata a due mesi di reclusione (pena sospesa) per aver trasfuso una paziente trentaseienne Testimone di Geova contro la sua volonta’. E’ quanto capitato ad un medico dell’ospedale di Tivoli che il primo ottobre e’ stato “anche condannato a risarcire i danni, la cui quantificazione e’ stata rimessa al giudice civile, a pagare una provvisionale al marito e ai genitori della vittima, e a coprire le spese legali”.

Nel 2013 Michela- si legge in una nota dei Testimoni di Geova– una giovane donna di Montelanico (RM), viene trasferita d’urgenza all’ospedale di Tivoli per una grave insufficienza respiratoria. Per facilitare le terapie, la donna viene subito messa in coma farmacologico. Le volonta’ della paziente sono comunque indicate chiaramente nelle sue Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT) e vengono confermate dall’amministratore di sostegno da lei preventivamente designato e nominato dal Giudice Tutelare con il precipuo potere di far rispettare la volonta’ di Michela di non essere sottoposta a emotrasfusioni. La donna accetta volentieri ogni terapia all’infuori delle trasfusioni di sangue.

Incurante di tali chiare e vincolanti volonta’, il 4 aprile il medico le somministra ben quattro trasfusioni di sangue, nonostante la paziente fosse in fase terminale, come si evinceva dai dati clinici a disposizione dei sanitari. Subito dopo l’ultima trasfusione, infatti, Michela viene a mancare. La condanna del Tribunale di Tivoli- si legge nella nota- conferma la centralita’ del diritto all’autodeterminazione terapeutica sancito dall’art. 32 della Costituzione e ribadito dalla recente legge 219/2017. Ma fa di piu’: chiarisce che, anche se il paziente e’ incosciente, trascurare le sue volonta’ espresse tramite DAT e oltretutto ribadite dall’amministratore di sostegno appositamente nominato dal Giudice Tutelare espone il medico a una condanna penale.

“Accogliamo con soddisfazione questa decisione, che e’ destinata a fare giurisprudenza”, commentano gli avvocati della famiglia di Michela. “Desideriamo ringraziare il Tribunale, in quanto nonostante il notevole carico di lavoro e la carenza di organico si e’ riusciti ad ottenere una sentenza prima del 4 ottobre, data in cui sarebbe maturata la prescrizione del reato”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

3 Ottobre 2020
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»