VIDEO | Amazzonia in fiamme: “Colpa dell’estrattivismo”

"Non c'entrano destra e sinistra": ecco cosa è successo negli ultimi anni
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QUITO (ECUADOR)  – A devastare le foreste pluviali non sono né la destra né la sinistra, né Jair Bolsonaro né Evo Morales, quanto “politiche estrattiviste” che accomunano governi pure dissimili tra loro sul piano ideologico: parola di Mauricio Lopez Oropeza, segretario esecutivo della Red eclesial panamazonica (Repam), realtà della società civile radicata nei nove Paesi della regione. L’intervista con l’agenzia Dire si tiene a Quito, negli uffici dell’organismo nato nel 2014 dopo l’enciclica di Papa Francesco ‘Laudato sii’ e ora in prima fila per la partecipazione dei rappresentanti delle comunità locali al Sinodo per l’Amazzonia in programma in Vaticano dal 6 al 25 ottobre.

Secondo Lopez, dall’Ecuador alla Guyana e dalla Colombia al Brasile la tendenza è quella a intensificare lo sfruttamento delle risorse naturali senza garantire poi alcuna ridistribuzione.

“Nel Brasile di Bolsonaro c’è una criminalizzazione ancora maggiore degli attivisti che difendono l’ambiente ma il problema della deforestazione per far spazio a monocolture e allevamenti intensivi riguarda anche Paesi con governi di orientamento politico differente” sottolinea il segretario di Repam.

“Penso ad esempio agli incendi che stanno divampando in Bolivia, associati ai decreti approvati a luglio da Morales per spingere ancora più in là la frontiera agricola”. Nel Brasile di Bolsonaro, candidato della destra divenuto presidente con il sostegno delle lobby di latifondisti e “ruralistas”, statistiche ufficiali indicano che in un anno il tasso di deforestazione è aumentato di oltre l’80 per cento. Nella Bolivia di Morales, capo dello Stato con origini indigene nonché promotore del culto della Pachamama, la Madre terra, con l’entrata in vigore di incentivi di legge ad allevatori e coltivatori sono andati in fumo almeno un milione e 200mila ettari di foreste.

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Secondo Lopez, il carattere trasversale degli attacchi all’Amazzonia è confermato dall’evoluzione del quadro politico in Ecuador. Durante la presidenza di Rafael Correa, al potere dal 2007 al 2017, riferimento di un blocco di sinistra e socialista anche su un piano internazionale, sono state accordate concessioni petrolifere perfino nello Yasuni, un parco amazzonico definito dall’Unesco “riserva della biosfera”. “C’era un discorso forte che presentava lo sfruttamento delle ricchezze naturali come necessario per poter combattere la povertà” sottolinea Lopez. “Il risultato? Per mettere a produzione i giacimenti non sono state rispettate neanche le garanzie per le comunità native e la tutela dell’ambiente inserite nella nuova Costituzione del 2008″. La situazione sarebbe peggiorata, ma non cambiata in modo strutturale, con l’elezione di Lenin Moreno nel 2017 e l’esilio di Correa. “L’unica differenza – dice il segretario di Repam – è che adesso i progetti di sfruttamento minerario sono promossi apertamente a prescindere dall’opposizione e dalla resistenza dei popoli“.

L’ennesimo segnale sarebbe arrivato dopo la sentenza di un tribunale locale dell’Ecuador favorevole alle comunità waorani, che contestano l’assegnazione di licenze nelle loro terre ancestrali. Secondo Lopez, “nonostante i giudici abbiano ritenuto le consultazioni con i nativi scorrette, non democratiche e dunque nulle, dai massimi livelli delle istituzioni è arrivato il messaggio che con le concessioni si andrà comunque avanti”.

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3 Settembre 2019
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