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Pas, Protocollo Napoli chiede all’Ordine degli psicologi di convocare una commissione d’inchiesta

Le psicologhe firmatarie del Protocollo Napoli chiedono in una missiva all'Ordine nazionale di nominare una commissione d'inchiesta per "mettere in chiaro gli abusi messi in atto dai propri iscritti che aderiscono a teorie derivate dalla PAS" per giustificare gli allontanamenti forzosi dei minori
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ROMA – “In questi giorni stiamo rivivendo con lo stesso forte disagio quanto accadde con il prelievo coattivo del bambino di Cittadella, nel 2012. Abbiamo visto le stesse scene di allora, ascoltato le stesse urla terrorizzate dei bambini e gli stessi dialoghi tra operatori e madri, che assistono impotenti ai prelievi forzosi dei loro figli. Episodi recenti e ripetuti, che hanno avuto una risonanza mediatica di grande impatto sull’opinione pubblica, sconcertata e attonita per la violenza usata nei confronti dei bambini. Tali episodi tuttavia rappresentano solo la punta dell’iceberg di un fenomeno più vasto e silente, sul quale è necessario e urgente aprire al più presto un confronto su scala nazionale che dia risposte definitive e articolate, al di là della condanna generica sul singolo caso. Questo tipo di ‘trattamento’ costituisce il risultato diretto del sostanziale riconoscimento della PAS, Sindrome da Alienazione Parentale, nelle varie declinazioni e diciture da essa assunte nel tempo”. Inizia con questa denuncia la lettera che le psicologhe firmatarie del Protocollo Napoli hanno indirizzato all’Ordine nazionale degli psicologi.


“La sindrome, come tutti gli psicologi sanno, è stata più volte rigettata dalla comunità scientifica internazionale. Ma, se la PAS – nella sua originaria formulazione gardneriana – è caduta in disuso, assumendo nuovi nomi nella sua vita proteiforme, non altrettanto è caduto in disuso il sempre identico, aberrante trattamento dei suoi presunti effetti” proseguono le psicologhe in un altro passaggio della missiva. “Dopo il clamore suscitato dagli ultimi episodi e le molteplici interpellanze che ne sono seguite da parte di più rappresentanti istituzionali, abbiamo fiducia che gli organi di controllo della magistratura sanzionino chi ha emesso decreti di allontanamento di minori da casa, senza valutarne i deleteri risultati, sotto gli occhi di tutti. Vanno inclusi nella condanna – chiedono le psicologhe – i comportamenti di coloro che li hanno eseguiti, nel completo disprezzo del diritto inalienabile e i bambini alla salute e all’integrità psico-fisica. Dobbiamo anche costatare che molti psicologi, psichiatri e neuropsichiatri infantili, così come avvocati, assistenti sociali e pedagogisti, oltre a essere personalmente coinvolti nei procedimenti giudiziari e nelle decisioni che hanno portato a esiti aberranti, si impegnano professionalmente nella formazione e nella ricerca, avvalorando tesi che giustificano prassi violente, traumatiche e dannose per i bambini e gli adolescenti, nonché per l’etica della prassi professionale, pratiche di trattamento che vanno sotto il nome di ‘reset’, come nel caso del piccolo di Pisa (8 anni) sottratto alla madre” continuano.

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Un altro passaggio chiave quello dedicato alla violenza istituzionale. “Da più di vent’anni è riconosciuta come una vera e propria forma di tortura istituzionale. Questa equiparazione può essere applicata al prelievo forzoso e traumatico dei bambini – allo scopo dichiarato di allontanarli dalla loro madre e dal loro contesto di vita – nonché alle madri stesse, torturate nel dover stare lontano dai loro figli, senza vederli, sentirli né averne notizie, per periodi di tempo indeterminati, e soggette a limitazioni e restrizioni della loro libertà, in violazione dei loro diritti costituzionali e dei diritti umani sanciti dalla Corte europea. Continuiamo a chiederci a quale titolo simili trattamenti – di cui sono disponibili documentazioni inoppugnabili, malgrado gli sforzi tesi ad occultare i mezzi di persuasione adoperati, persino smantellando videocamere in spazi privati – vengano strenuamente applicati, fino ad aver ragione di un minore mediante l’uso della violenza fisica. Giriamo di nuovo la domanda del professor Mecacci, a distanza di 9 anni, al nostro Ordine degli psicologi, che a differenza dell’APA non si è ancora chiaramente pronunciato a riguardo della PAS, tollerando che, tra i suoi iscritti, si accreditino corsi e master che la avvalorano nelle sue varie denominazioni”.

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“Bisognerebbe aprire un altro discorso – continuano – sui danni di un’interpretazione pedissequa della legge 54 del 2006 sull’affidamento condiviso, che porta a storture che trasformano la nozione di diritto dei bambino in quella, totalmente opposta, di potere dei genitori sui figli. Su questo tipo di trattamento coercitivo oggi è più che mai necessario intervenire e, se spetta al ministero della Salute e al ministero della Giustizia porre la parola fine a un trattamento forzoso non inserito nella cornice legislativa del Ssn, spetta invece all’Ordine degli psicologi, che vede i suoi professionisti implicati in questa vergogna nazionale, dire una parola definitiva ai suoi iscritti affinché le prassi psicologiche tengano presente, come il Codice deontologico di ogni professione sanitaria prevede, il principio universale del ‘Primum non nocere'”.


“Oggi – continua la missiva – la psicologia italiana sta mettendo a rischio il suo profilo e la sua identità di conoscenza affidabile della psiche umana, sempre più additata come potere abusivo che inquina le aule giudiziarie con un sapere non scientificamente accreditato. Le firmatarie del Protocollo Napoli chiedono all’Ordine Nazionale degli psicologi di voler prendere in considerazione la loro grave preoccupazione, testimoniando la propria contrarietà e nominando ad horas una commissione d’inchiesta.
Tale commissione – concludono le psicologhe – ha la finalità di mettere in chiaro gli abusi messi in atto da propri iscritti, che aderendo a teorie derivate dalla PAS, giustificano e prescrivono il tipo di trattamento che ne consegue. Obiettivo della Commissione è individuare chiunque utilizzi la professione psicologica per avallare – a scopi cosiddetti terapeutici – interventi improntati a tecniche forzose e imposte di de/condizionamento, reset, ecc. deontologicamente inammissibili e molto simili ai trattamenti utilizzati in contesti autoritari per ridurre le resistenze di dissidenti – nel nostro caso donne e minori – provocando evidenti traumi e sofferenze”.

Le firmatarie del Protocollo Napoli
Caterina Arcidiacono, psicologa e psicoterapeuta, Prof. Ord. di Psicologia Clinica e di
comunità – UNINA
Antonella Bozzaotra, psicologa e psicoterapeuta, Dirigente ASL Na 1 Centro
Gabriella Ferrari Bravo, psicologa e psicoterapeuta, Presidente Aps Psy-com
Elvira Reale, psicologa e psicoterapeuta, Responsabile del Centro Dafne – AORN
Cardarelli
Ester Ricciardelli, psicologa e psicoterapeuta, dirigente ASL Na 1 Centro

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