Qual è il prezzo di un genocidio? In Namibia i conti non tornano

La Germania promette "aiuti allo sviluppo", ma non risarcisce. È una nuova ingiustizia
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ROMA – Occuparono le terre fertili, li inseguirono nel deserto e poi li internarono nei campi, facendoli morire di fame e portando via i teschi per teorizzare la superiorità ariana. Nell’Africa tedesca del sud-ovest, oggi Namibia, rimasero gli orfani e le madri senza più figli. È una storia lontana, per qualcuno forse un genocidio minore, non degno di esser menzionato nei libri di storia. Si calcola che tra il 1904 e il 1908 furono uccise quasi 100mila persone, l’80 per cento delle comunità herero e nama.

Nei giorni scorsi i discendenti dei sopravvissuti hanno letto le parole del ministro degli Esteri della Germania, Heiko Maas. “Ora riconosciamo ufficialmente questi fatti per ciò che sono nella prospettiva di oggi” ha detto: “Un genocidio”. Una frase inequivocabile o forse ambigua, dipende dalla prospettiva. E però, sia chiaro, i tedeschi fanno solo “un gesto” perché non ci sarebbe nulla da risarcire, come avvenne invece dopo altri orrori del Novecento. Concederanno “aiuti allo sviluppo” per 36 milioni l’anno, per altro non un centesimo in più di quanto già stanziato dall’indipendenza della Namibia nel 1990.

Forse è troppo poco. O forse per chiedere scusa non è mai troppo tardi. Ma questo non è il modo giusto. Lo hanno sottolineato i capi herero e nama, denunciando di non essere stati consultati e di non aver potuto a loro volta ascoltare le comunità. E se ne sono accorti anche in Germania. “L’aiuto è qualcosa che eleva il donatore” ha detto Jürgen Zimmerer, professore di storia globale ad Amburgo. “Il risarcimento invece è un dovere perché ho fatto qualcosa di sbagliato”.

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