Egitto. Un decesso per Covid nel carcere di Tora, dove è detenuto Patrick Zaki

Le ong locali avvertono che il virus si starebbe diffondendo nelle sovraffollate prigioni
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – In Egitto, uno tra i Paesi piu’ colpiti dall’epidemia di Covid-19, le ong locali avvertono che il virus si starebbe diffondendo nelle sovraffollate carceri, come dimostrerebbe la morte di un secondino nel carcere di massima sicurezza di Tora, al Cairo. A darne notizia e’ la testata indipendente Mada Masr, che riporta la morte dell’agente di polizia carceraria Sayed Ahmed Hegazy. L’uomo e’ deceduto venerdi’ dopo aver manifestato i sintomi del coronavirus a partire dal 18 maggio. A denunciare la vicenda e’ stata sua figlia Zainab Hegazy in un post su Facebook, successivamente rimosso. Nei giorni scorsi, familiari del secondino che hanno scelto di rimanere anonimi hanno denunciato che la famiglia si e’ vista negare la consegna dei risultati degli esami clinici per il Covid-19, pur avendo saputo dal medico che Hegazy era risultato positivo. Dopo giorni in cui le condizioni dell’agente peggioravano, la famiglia non sarebbe riuscita a trovare un posto in ospedale per ricoverarlo. Alla fine – e’ stato denunciato – l’uomo e’ morto in macchina, nel tentativo di raggiungere l’ennesimo centro medico. La vicenda e’ circolata sul web e i social network, sollevando appelli da parte dei difensori dei diritti umani affinche’ sia fatta chiarezza sulla morte dell’agente e siano effettuati i test a tutto il personale e ai detenuti di Tora. Domenica, il ministero degli Interni e’ intervenuto smentendo che Hegazy sarebbe morto per coronavirus, quindi ha spiegato che l’uomo dal 17 maggio era in permesso per curare problemi di salute cronici. Nella nota e’ stato riferito che l’uomo aveva effettuato gli esami per il Covid-19 presso l’ospedale di Imbada, ma che e’ morto prima di ricevere i risultati. Il ministero ha assicurato che, una volta notificato il decesso, le autorita’ hanno preso “le precauzioni necessarie per igienizzare il luogo di lavoro, inoltre le persone che sono entrate in contatto con lui sono state monitorate per ragioni di sicurezza”. Infine, sono state annunciate “misure legali” contro chiunque diffondera’ “notizie non corrette” sulla situazione sanitaria nelle carceri. La famiglia Hegazy invece ha riferito a Mada Masr che il test e’ stato effettuato nell’Abbasiya Fever Hospital, ma che pur avendo saputo telefonicamente che i risultati erano positivi ne’ la moglie ne’ le figlie sono riuscite ad ottenere i referti. Mentre le condizioni di salute dell’uomo peggioravano, il medico di base ha suggerito il ricovero in terapia intensiva, ma senza il referto che confermasse il coronavirus, ogni tentativo e’ stato inutile.

Da tempo le ong denunciano l’inadeguatezza delle condizioni igienico-sanitarie nelle prigioni egiziane, e in particolare in quella di Tora, tra le piu’ grandi del Paese. L’alto numero di detenuti e l’assenza di mascherine, sapone e prodotti igienizzanti renderebbe impossibile rispettarne le norme anti-contagio. Stando a Middle East Monitor, ci sarebbero due casi sospetti di coronavirus in due dei quattro bracci di Tora, ma senza test clinici non e’ possibile ottenere conferme. In questo istituto penitenziario sono detenuti anche centinaia di prigionieri di coscienza, la maggior parte dei quali in detenzione preventiva in attesa del processo. Per loro da tempo si invocano i domiciliari per garantire che non contraggano il Covid. All’agenzia Dire Riccardo Noury, portavoce di Amnesty international, ha dichiarato: “Il governo del Cairo nega ma i gruppi per i diritti umani segnalano la diffusione del Covid-19 nelle stazioni di polizia e soprattutto nella prigione di Tora, dove sono detenuti molti prigionieri di coscienza compreso il ricercatore Patrick Zaki“. Per Noury, “e’ certo che un impiegato della prigione e’ morto di coronavirus e vi e’ la possibilita’ che lo abbia contratto quando era al lavoro a Tora”. Il responsabile ha concluso: “E’ facile immaginare quali siano le implicazioni, per questo e’ ancor piu’ urgente il rilascio di Patrick Zaki e degli altri prigionieri di coscienza”

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

3 Giugno 2020
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»