VIDEO | 60 anni delle donne in polizia, il loro ruolo decisivo nella lotta a reati genere

Oggi alla camera le celebrazioni dedicate a Emanuela Loi
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ROMA – Si è celebrato, nel segno del contributo femminile al contrasto dei reati di genere e dei femminicidi, il 60esimo anniversario dell’ingresso delle donne in Polizia. Dall’istituzione del corpo di Polizia femminile, nel 1959, all’ingresso nei reparti mobili, nel 2018. Un percorso verso l’uguaglianza festeggiato stamattina nella cerimonia ‘Parità e sicurezza’ alla presenza della vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, del Capo della Polizia, Franco Gabrielli, del direttore di Polizia postale, Nunzia Ciardi, e del direttore centrale per gli Istituti di istruzione del dipartimento di Pubblica Sicurezza, Luisa Pellizzari. Simbolo del percorso delle donne nel corpo di Polizia, Emanuela Loi, giovanissima agente di scorta del magistrato Paolo Borsellino, uccisa nella strage mafiosa di via D’Amelio a Palermo nel ’92, alla quale Carfagna ha voluto dedicare la giornata, per “il coraggio e la sua giovinezza sacrificata per difendere noi e lo Stato”, incaricata di proteggere il giudice antimafia in una stagione in cui le donne avevano cominciato a farsi strada al di fuori del recinto a cui erano state inizialmente destinate.

“Il corpo di Polizia femminile, istituito nel dicembre del 1959, si occupava di reati commessi da donne e minori o a danno di donne e minori- ha spiegato Gabrielli, ripercorrendo le tappe di una storia ancora tutta da scrivere- Aveva anche il compito di controllare l’obbligo scolastico, la stampa pornografica e i film vietati ai minori”. La svolta nel 1981, “quando da amministrazione in gran parte militare la Polizia divenne amministrazione civile e ci fu il passaggio della sindacalizzazione”. Contestualmente, avvenne “un altro passaggio epocale, perché le donne non erano più solo ispettrici e assistenti”, ma “con la legge 121, avevano cominciato ad avere accesso a tutte le qualifiche”.

Donne in polizia: sono 16mila e occupano il 35% del settore dirigenziale

Un percorso “lento, che però oggi ha portato a contare le oltre 16mila unità“, donne che “non sono orpelli da esporre nelle celebrazioni, ma occupano il 35% del settore dirigenziale”. E che, lo scorso anno, hanno rotto “l’ultimo tabù”, entrando “nei reparti mobili” e aprendo la partita per la sconfitta della cultura machista. Pellizzari ha, poi, ricordato l‘assenza di modelli di riferimento per le giovani dirigenti entrate nel corpo trent’anni fa: “Rivestire il ruolo di comandante di uomini- ha chiarito- significava anche trovare un modo di interpretare quel ruolo, non tradendo, ma tenendo fede alla propria appartenenza di genere. Nel quotidiano, lavorando, ho capito che i miei uomini erano scarsamente interessati all’appartenenza di genere dei loro dirigenti”.

“Eravamo pochissime, 103 istruttrici laureate, 285 assistenti con il diploma di scuola media superiore- ha raccontato ai giornalisti Patrizia Cavallini, primo dirigente della Polizia di Stato in quiescenza, entrata nel corpo come assistente nel 1971- Spesso non coprivamo neanche tutte le province italiane e se per caso una di noi rimaneva incinta o si ammalava in ufficio non c’era nessuno”.

Sottolinea il ruolo insostituibile delle donne nei casi di violenza di genere: “Perché se una persona che è stata picchiata, maltrattata, stuprata, va in ufficio di Polizia e si trova di fronte una donna” sa che “è più facile il dialogo, perché c’è più empatia. In tutti questi anni c’è stata anche un’enorme preparazione dal punto di vista dell’approccio nelle nostre scuole”, spiega Cavallini, che ribadisce l’importanza di “denunciare sempre”, soprattutto oggi che “ci sono i centri antiviolenza”. Ed è proprio sui reati di genere “che le colleghe donne prevalgono per capacità”, ha puntualizzato Gabrielli, mentre Ciardi ha insistito sull’importanza di “reagire ai reati spia, nella vita reale come in quella virtuale. Online le donne rischiano di più degli uomini- ha precisato il direttore della Polizia postale- Molte vengono controllate attraverso la tecnologia e questo rappresenta un aggravamento della forma di sopraffazione reale perché il controllo digitale non ha limiti”.

La tecnologia “amplifica le forme di violenza” e anche il linguaggio d’odio, per le donne “non si limita all’insulto ordinario” ma sconfina sempre “nell’allusione sessuale, fino alle ripetute minacce di stupro”.

La cerimonia si è conclusa a piazza Montecitorio con il saluto di Carfagna e Gabrielli agli studenti invitati e al personale impiegato nella campagna di sensibilizzazione ‘Questo non è amore’, nata proprio allo scopo di essere vicini alle vittime della violenza di genere, alla popolazione e alle scuole: “La particolarità di questo camper- spiega alla Dire Veronica Laura Ferrari De Stefano, medico superiore della Polizia di Stato-Questura di Roma- è che le persone che escono in piazza e vanno in mezzo alla gente sono proprio quelle appartenenti agli uffici che trattano questo tipo di reati”, che “le vittime troveranno in Questura una volta varcata quella soglia”. Un progetto che, da due anni, “avvicina e aiuta”, permettendo “alle donne di vedere per strada le facce di chi dovrà accoglierle e seguirle in questo difficile percorso” e ha permesso alla Polizia di portare testimonianze anche all’interno di moltissime scuole. “I ragazzi sono sempre molto interessati perché noi lavoriamo portando esperienze di gioco e testimonianze adeguate all’età di riferimento. Molte volte- racconta- abbiamo avuto denunce di situazioni estremamente pesanti che accadono all’interno delle scuole da parte dei ragazzi. Quindi, anche lì, vediamo che il nostro intervento è estremamente utile”.

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3 Giugno 2019
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