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Smeriglio: “Il termovalorizzatore a Roma? Serve approfondimento e confronto”

“Bene il sindaco sull'ascolto alla città. Puntiamo alla differenziata e al ciclo virtuoso dei rifiuti, come stabilito dai parametri Ue”, dice l'europarlamentare

ROMA – Massimiliano Smeriglio, europarlamentare di Socialisti e Democratici Europei, intervistato dal direttore dell’Agenzia Dire Nicola Perrone, non chiude le porte alla strada tracciata da Gualtieri per sciogliere il nodo rifiuti nella capitale. Secondo il sindaco Roma deve dotarsi di un termovalorizzatore in grado di trattare 600mila tonnellate l’anno di immondizia per raccolta e smaltimento. “Una scelta coraggiosa che avrà la mia collaborazione – rassicura Smeriglio – Il Giubileo 2025 è una grande occasione di rilancio e deve trovare la città pronta. Posto che la scelta è stata compiuta, bisogna solo capire dove, come, quando e con chi. La strada deve essere virtuosa. Valutare bene gli impianti di nuova generazione attraverso un dibattito serio e maturo nella maggioranza per permettere alla città di trovare un equilibrio”.

Roma da troppo tempo è sommersa da immondizia. “Mi sono battuto con la sinistra ecologista e in Regione per un altro tipo di gestione. Un conto è parlare di chiusura del ciclo rifiuti, un conto della produzione energetica, altro è parlare del modello danese. Copenaghen arriva al 65% di raccolta virtuosa estrema di riuso-riciclo, e poi quota restante 15% incomprimibile e ingestibile va nell’inceneritore in cui si va anche a sciare. Quindi Roma, deve valutare bene diversi aspetti. Chi gestirà l’impianto e con quali volumi. Tutto deve essere oggetto all’interno di una discussione matura fatta in chiaro con le forze di maggioranza per arrivare ad un punto d’equilibrio. In sostanza di fronte alla decisione presa, bisogna entrare nel merito”.

Smeriglio è anche scrittore. Sommersa dalle critiche e sommersa dai rifiuti. Tra discariche, capannoni abbandonati, gabbiani e nella smisurata bellezza della campagna che si snoda la storia del suo ultimo libro “Se bruciasse la città”. Un rogo metafora della degenerazione della periferia romana partendo dall’incendio del ponte di ferro, con una narrazione che si sposta velocemente tra passato e futuro. “Roma è una città che dal 2008 è entrata in una straordinaria difficoltà. Sono 15 anni che ha ripiegato su stessa e che non trova una sua centratura. Gli anni persi sono un tempo enorme. Dopo l’esperienza Raggi abbiamo toccato picchi davvero estremi. Quindi bene, sono contento che Roberto faccia il sindaco della città. Alle ultime amministrative lo ha votato il 48% degli elettori ed è stato un successo. Oggi esiste una città consolidata che si confronta nella dialettica democratica e una città che è alla deriva. Ci vorrà un tempo per rimettere in piedi Roma nell’ordinario. Un tempo da condividere affinché la capitale ritrovi un’anima e una funzione storica. Roma è un titolo nobiliare che ci dobbiamo meritare sul campo. Il contesto in cui si muove il libro è dentro la crisi che ha prodotto da una parte giustizialismo e dall’altra populismo. Nel 1994 il sogno berlusconiano e il 2014 l’ incubo populista. In questo contesto va in scena un ‘Se bruciasse la città’ la storia di una banda di adolescenti che inizia la conquista della propria borgata, frammento urbano che corre al lato di una consolare, ben oltre il GRA, tra discariche, capannoni abbandonati, gabbiani e la smisurata bellezza della campagna romana, il loro West. Marco ha vent’anni, la sua vita è divisa tra la famiglia, il quartiere e il sogno di un riscatto che sembra lontanissimo. La svolta per i ragazzi sembra finalmente arrivare quando scoprono come sfruttare l’economia delle piattaforme per i propri interessi, finendo al centro della lotta tra gruppi rivali per la supremazia nel quartiere. Ed è proprio nello stesso quartiere che torna Roberto, zio di Marco, uscito di prigione dopo una rapina finita male vent’anni prima e intenzionato a scoprire la verità sui vecchi compagni e sulle vicende che l’hanno portato al carcere. Ma Roma non è la stessa della gioventù, i rapporti sono sconvolti e lo scontro generazionale sembra inevitabile. La strada per il riscatto è difficile e angusta e il passato torna a stravolgere i sogni per il futuro”.

Smeriglio è stato fino al 2019 vicepresidente della Regione Lazio, promotore dell’iniziativa Piazza Grande, che univa diverse anime della società civile per Nicola Zingaretti nella segreteria del Pd. Serve la sinistra in Italia, dove sta? “La sinistra è necessaria nel mondo per provare ad articolare rapporti di forza tra chi ha e chi non ha. Ad esempio in Russia non c’è. Dentro un paese democratico è importante che ci sia. La prima linea di Piazza Grande era fatta di persone molto diverse, da Funicello, Carofiglio, all’ex ministra Micheli. Tutte persone provenienti da culture politiche diverse con il tentativo di rigenerare. Quella stagione è finita. Non è finita perchè è caduto un meteorite ma perché Nicola Zingaretti si è dimesso, denunciando una cancrena all’interno del partito. Ecco di quella fase, non si è discusso abbastanza. Ora c’è Letta, una grandissima personalità nel campo democratico europeo che sta facendo uno sforzo enorme. Non è chiarissimo lo schema, perché se andremo avanti con questa legge elettorale è evidente che occorra una ‘gamba’ rinnovata e rigenerata che faccia leva sulle realtà civiche di sinistra che possano dare il loro contributo; una coalizione plurale che abbia un programma comune e l’ambizione per tornare a governare il Paese. Se invece dovesse cambiare la legge elettorale con un ritorno al vecchio sistema, allora cambierebbe un po’ tutto. La mia cultura politica è più vicina al proporzionale anche se purtroppo fa leva su un certo vizio elettorale: il ‘trasformismo’. La recentissima esperienza francese insegna. Macron, liberale puro ha rappresentato un elettorato ampio quello delle grandi aree urbane europeiste. Le Pen interpreta il disagio delle periferie, Melenchon è arrivato a 400mila voti da Le Pen e incarna la sinistra anti-establishment. Preferirei avere in Italia un quadro chiaro e un centrosinistra progressista che si batte per una opzione con un candidato premier certo. Il modello elettorale dei comuni è quello che da maggiore certezza. Non vorrei un proporzionale che mettesse in campo una degenerazione di quota di ‘trasformismo’ importante”.

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2022-05-03T15:42:52+02:00