ROMA – L’offensiva militare degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, cominciata con l’assassinio della guida suprema Ali Khamenei, è l’ultima tappa di un conflitto che dura da decenni.
Almeno dal 1953, quando l’appoggio della Cia fu decisivo per rovesciare il primo ministro Mohammad Mossadeq, che aveva nazionalizzato il petrolio ed espulso la Anglo-Iranian Oil. Dopo la rivoluzione islamica del 1979 e la “crisi degli ostaggi” nell’ambasciata americana a Teheran, gli americani avevano puntato tutto sull’Iraq di Saddam Hussein, allora alleato, sostenendolo nella guerra dell’Iraq contro l’Iran: pare che Khamenei non si fidasse degli americani anche per questo.
Oggi si discute se gli Stati Uniti vogliano rovesciare la Repubblica islamica per supportare il “coraggioso popolo dell’Iran” e la democrazia o magari anche per prendersi il petrolio. Potrebbero pesare considerazioni di carattere interno, sia nel caso di Donald Trump, che rischierebbe alle elezioni di “midterm”, che in quello di Benjamin Netanyahu, che in Israele è indagato dalla magistratura.
L’Europa, esclusa dalle decisioni, non denuncia l’ennesima violazione del diritto internazionale da parte di Stati Uniti e Israele. Si impegna invece a distruggere, “con azioni difensive necessarie e proporzionate”, le capacità militari dell’Iran. Il conflitto continua, oltre 160 morti solo in un raid che ha colpito una scuola elementare.







