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Uganda, col Covid cresce l’abbandono dei malati di cancro

uganda
"Per noi la sfida è doppia", dice Francis Okongo, medico del St. Marys Lacor Hospital. Il centro ha il sostegno di un progetto dedicato alla prevenzione e cura dei tumori gestito dalla Fondazione Soleterre in collaborazione con la onlus Afron - Oncologia per l'Africa
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ROMA – “In Uganda ci sono malaria, cancro, polmonite e tutte le complicazioni che ne derivano e che uccidono ancora di più del Covid-19. Ciononostante abbiamo dovuto riadattare il lavoro in ospedale per contenere i contagi e questo mette a rischio soprattutto i malati di tumore, che col blocco ai trasporti perdono trattamenti o screening. Prima in un mese ne ricevevamo una quarantina, ora circa 20. Sappiamo di persone che stanno morendo a casa”. A parlare è Francis Okongo, medico del St. Marys Lacor Hospital in Uganda, un Paese che ha visto un forte aumento dei casi di nuovo coronavirus tra ottobre e dicembre. Alla vigilia della Giornata mondiale contro il cancro, l’agenzia Dire intervista il medico del Lacor, ospedale chiave nel distretto settentrionale di Gulu, che gode del sostegno di un progetto dedicato alla prevenzione e cura dei tumori gestito dalla Fondazione Soleterre in collaborazione con la onlus Afron – Oncologia per l’Africa. Il Covid in Uganda ha fatto registrare meno decessi rispetto ai Paesi occidentali e, secondo il dottor Okongo, la maggior parte dei malati “non ha neanche bisogno del ricovero”. Tuttavia, per decongestionare l’ospedale, se prima ogni paziente oncologico era assistito da almeno tre familiari che provvedevano al cibo, all’igiene e agli altri bisogni non medici della persona, “ora il rapporto è di uno a uno” dice Okongo. Una situazione che complica la vita per i “care givers”, sottolinea il dottore, perche’ “non possono tornare a casa per tutto il periodo della degenza per evitare contatti esterni e devono dormire in stanza col paziente”. Un problema aggiuntivo per chi deve lavorare o ha bambini piccoli.

Per mitigare l’impatto che le restrizioni anti-Covid comportano sui malati oncologici, Soleterre ha dovuto mettere in piedi un sistema di trasporto e di comunicazione tramite il passaparola “perché le famiglie non sempre hanno modo di venire in ospedale o fare telefonate” spiega sempre alla Dire la referente Area salute global di Soleterre, Alessandra Radaelli.

In linea con Okongo, la responsabile calcola che si è perso “tra il 20 e il 30 per cento dei pazienti”. Con le sue 20 unità di terapia intensiva – sulle 25 del nord dell’Uganda – il Lacor Hospital è divenuto anche il punto di riferimento per i malati gravi di Covid-19. Questo determina maggiore incertezza soprattutto per le famiglie dei piccoli pazienti oncologici, che soffrono di immunodepressione. “Oltre a intrattenere i bambini con attività ludico-ricreative prevediamo percorsi di sostegno psicologico per i genitori” dice Radaelli.

“Il momento per loro è doppiamente difficile”. Così, in piena pandemia, sottolinea la responsabile di Soleterre, “oltre alla lotta al cancro, abbiamo deciso di fare la nostra parte anche contro il Covid”. Radaelli aggiunge che nella regione c’è un’alta concentrazione di rifugiati provenienti dai Paesi vicini, circa un milione secondo stime delle Nazioni Unite. “Forniamo mascherine, guanti e prodotti igienizzanti nei centri sanitari” dice. “Poi prepariamo lo staff dal punto di vista psicologico, in modo che sappia gestire le conseguenze emotive e mentali che l’emergenza comporta”. 

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