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“Alla fine lui muore”, un titolo-spoiler per il secondo romanzo di Caviglia

Un trentenne che diventa all'improvviso 'vecchio'. E la scampa così dalle troppe aspettative e pressioni da cui era assalito
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Duccio Contini ha appena compiuto 30 anni. Ma quando si sveglia scopre di essere diventato vecchio. Il terrore dura poco: arriva presto la rassegnazione, anzi il “giovane vecchio” scopre anche i vantaggi della sua nuova condizione. Basta uscite serali a cui prima si forzava: ora le sue giornate, tra acciacchi e minestrine, trascorrono tra la contemplazione dei cantieri e i blitz in farmacia dove fa scorta di tutto. Duccio Contini è il protagonista del secondo romanzo di Alberto Caviglia, “Alla fine lui muore” (edito da Giuntina). Caviglia anche stavolta, come già nel suo film Pecore in erba, e nel suo primo romanzo Olocaustico, affronta temi tutt’altro che leggeri con un’ironia che conquista. A partire dal titolo che, alla faccia di ogni regola, è un super spoiler.

Come è nata l’idea di questo libro?

C’è stato un momento, poco prima che iniziasse la pandemia, in cui ho realizzato che molte aspettative e desideri che mi accompagnavano da tempo, non si stavano concretizzando. A un certo punto mi sono accorto che il senso di mancata realizzazione che provavo non apparteneva solo a me, ma a un sentire comune della mia generazione. Durante il lockdown questa inquietudine si è acuita. Sono quindi partito da un personaggio che trovavo emblematico: lo scrittore in crisi. Duccio Contini si ritrova in un vero e proprio stallo. Un blocco non solo creativo, ma una sensazione di stasi che si dirama in ogni aspetto della sua esistenza. Duccio non esce più di casa, non cucina, ordina solo cibo a domicilio. Non fa più sport. Come se non bastasse, nella mattina del suo trentesimo compleanno accade qualcosa di inatteso: si risveglia vecchio. Dopo lo shock iniziale tuttavia, Duccio realizza che la vecchiaia è una vera e propria salvezza per lui, perché solo la sua accettazione lo porterà a liberarsi da tutte le aspettative e i condizionamenti sociali che opprimono i giovani. Si, è una provocazione.

In ogni tua opera, film o libro, parli spesso di religione, o meglio di religioni. Con un approccio non superficiale, ma molto ironico che a volte, almeno a me, ricorda Woody Allen. È lo stesso che hai nella vita reale?

In realtà nella vita reale non mi capita spesso di parlare di religione. Forse il motivo per cui questo elemento appare nei miei lavori dipende dal fatto che il mio essere ebreo, seppur non osservante, è spesso oggetto di situazioni paradossali che mi portano a ironizzare su questo tratto della mia identità. In “Alla fine lui muore” il protagonista è un ebreo a dir poco sui generis. Tanto per dirne una, dopo la sua trasformazione, come ogni anziano che si rispetti inizia ad andare a messa. Quando invece capisce che deve prepararsi all’ultimo dei suoi giorni, inizia a mettere a confronto tutte le religioni esistenti per scegliere quella a cui affidarsi prima che sia troppo tardi, in modo da potersi garantire le migliori prospettive nell’aldilà. Mi divertiva che Duccio arrivasse a paragonare le religioni come se si trattasse di agguerrite compagnie telefoniche che cercano di irretire i loro clienti con offerte sempre più vantaggiose…

Il tuo protagonista non ne vuole più sapere di quello che famiglia amici e società si aspettano da lui. La sua è una scelta spiazzante: pur trentenne, decide di vivere da vecchio. La società chiede troppo ai giovani? O sono i ragazzi che non riescono più a far fronte alle loro responsabilità?

La scelta di Duccio, per quanto estrema, è il solo mezzo che ha a disposizione per reagire alle pressioni sociali e alle aspettative che negli anni si sono addensate sulle sue spalle. Scrivere un nuovo romanzo, farsi una famiglia, avere una vita sociale come tutti i ragazzi della sua età sono pensieri diventati ormai ingombranti come macigni. Per questo inizia a vedere la vecchiaia come una salvezza e l’unica scelta che può salvarlo dall’ansia di fallire. Per me quello di Duccio è un viaggio metaforico che riguarda un’intera generazione. È un modo per dire che nessuno ha preparato i 30-40enni di oggi a quello che stanno vivendo e che in un certo senso, sono tagliati fuori da tutto. Sono considerati vecchi dalle nuove generazioni e allo stesso tempo non si sentono all’altezza dei loro genitori, che a differenza loro hanno vissuto in un’epoca con meno incertezze e in cui era più facile realizzarsi.

Ma soprattutto, che rapporto hai con gli anziani? Li invidi? (domanda ironica, un po’)

Da un certo punto di vista sì. Gli anziani a pensarci bene sono gli unici che possono vivere senza alcuna ansia da prestazione: nessuno ha più aspettative nei loro confronti. Se la sera non hanno voglia di uscire nessuno li giudica, così come non vengono giudicati se si addormentano durante un film, se dimenticano il nome di una strada, se rimangono impalati quando scatta il verde al semaforo o addirittura se ti superano mentre sei in fila alla posta. In pratica giovano di una sorta di immunità… (risposta ironica, un po’)

Duccio taglia i ponti col mondo, ne prende le distanze. Questo ricorda ciò che abbiamo fatto, nostro malgrado, durante il lockdown. Pensi che quello che stiamo vivendo (distanziamento, niente abbracci, etc.) si sia in modo latente intrufolato nel tuo libro?

Probabilmente un’influenza c’è stata. Sebbene mi fossi promesso di non far entrare la pandemia in questo libro, va detto che è stato grazie alla quarantena che ho deciso di scriverlo (qualche detrattore giustamente dirà “a causa”). Probabilmente non mi fa onore, ma confesso che alcuni aspetti del modo in cui ci siamo trovati a vivere nelle fasi più drammatiche della pandemia mi mancano. Ricordo con nostalgia il coprifuoco ad esempio, e la rassicurante garanzia di ritrovarsi a casa entro una cert’ora senza il rischio di finire chissà dove… L’anno scorso ho passato il più bel capodanno della mia vita, cena con un paio di amici, film, e a letto a mezzanotte. Inutile dire che tutto questo non ha fatto che giovare all’immedesimazione con un personaggio come Duccio. Ora devo solo evitare di trasformarmici.

Cercando di non spoilerare, ma tanto lo hai già fatto tu, ho trovato il finale potentissimo, spiazzante. Qual è il significato?

Non saprei. Forse che anche nei momenti di maggiore difficoltà, per quanto ci diamo per vinti c’è sempre qualcosa per cui vale la pena rimboccarsi le maniche. Oppure che, per quanto ce le rimbocchiamo, alla fine qualcosa andrà comunque storto. O l’uno o l’altro, mi direte, ma cosa importa se tanto alla fine muore?

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