Sul cancro basta narrazione di donne guerriere? La malattia resta un nemico

Basta letture provvidenziali e bugiarde. La malattia è un male (malum) e va estirpata, guardata in faccia e uccisa
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ROMA – Fu Oriana Fallaci a parlare del cancro che l’aveva aggredita ai polmoni come di un nemico. Da lì, dalla sua narrazione di giornalista abituata alla guerra e alla puzza della trincea, venne sdoganata la narrazione della donna che affronta il cancro come di una guerriera. È una guerra combattere il cancro? Si vince o si perde? E la morte è una sconfitta o solo un evento fatale?

Tante le associazioni di pazienti oncologiche che contestano questa narrazione, come quella del pink ribbon, del nastro rosa e della mitologia della vittoria sul cancro. DireDonne ha dato voce al progetto della fotografa Raffaela Scaglietta che ha immortalato donne che nel cancro si sono trasformate, nel bene e nel male, che resistono e che di questa prova hanno fatto il loro eroismo senza sensazionalismi, senza vittorie o sconfitte dal sapore bellico.

La malattia è un dato di natura, fatale. Una certa narrazione è passata dal piano del riscatto psicologico a quello morale: come se non guarire fosse quasi una responsabilità del singolo, come se non ci si fosse impegnate abbastanza. Ed è legittimo che non tutte vi si riconoscano. Magari c’è chi contrasta la malattia nel silenzio assoluto, chi diventa attivista, chi in quella t-shirt rosa trova la sua consolazione, chi preferisce snocciolare il male senza edulcoranti. Ma c’è pure chi si sente in guerra e trae da questo la sua forza di reggersi in piedi tra le chemio, i segni del bisturi, un nuovo corpo e magari una nuova vita. Se non si combatte per vincere, in fin dei conti, cosa si combatte a fare? A ciascuno la libertà di esprimere quel male. Perchè una cosa è certa: basta letture provvidenziali e bugiarde. La malattia è un male (malum) e va estirpata, guardata in faccia e uccisa. E se questa non è guerra è qualcosa che le assomiglia molto.

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