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Storia di Lucia: “Sono una mamma al 41 bis”

Lucia racconta la sua storia: dopo la separazione col marito si è occupata del figlio per 10 anni, poi le è stato tolto. E da quest'anno è affidato in via esclusiva al padre. Lei non si arrende
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ROMA – “Il 15 novembre 2017 mio figlio Mattia (nome di fantasia) è stato preso da scuola e portato via. Aveva 10 anni, l’ho rivisto dopo 8 mesi e mezzo“. La comunicazione al bambino, come si legge nella nota dei servizi sociali al decreto di esecuzione di novembre 2017, “è avvenuta presso l’ufficio del Dirigente scolastico insieme al padre, alla Ctu e agli operatori. La mamma del bambino lo ha saputo solo alle 16” perché come la Ctu chiedeva “la mamma sarebbe stata avvisata solo una volta che il bambino fosse stato già in viaggio verso l’ambiente protetto”.

Oggi Lucia (nome di fantasia), come racconta all’agenzia Dire, vede suo figlio in uno spazio protetto, “una volta a settimana per un’ora, in una saletta del comune con sbarre alle finestre e con due operatrici a 50 centimetri che devono vagliare foto, video, giochi, domande, disegni in tempo reale, nemmeno fossi una criminale al 41 bis”. La ragione è in una Ctu del 2016, disposta dalla Corte d’Appello, che propone di sospenderle la potestà genitoriale e che le addebita di aver imbrigliato il figlio “in un conflitto di lealtà configurabile secondo i criteri del Dsm-5 come un disturbo relazionale che gli impedisce l’accesso al padre”. Si legge infatti nelle conclusioni che “i vissuti materni al quale il minore è esposto sono pervasivi e paralizzanti e che su questo terreno potrebbero innestarsi future evoluzioni psicopatologiche”. Il bambino oggi vive con il padre, la nuova compagna e la sorella nata da questa relazione.

“Mattia- dice sua madre in lacrime- non c’è più, è solo un involucro, è diventato la copia del padre. Dice solo di ‘stare benissimo’. Ci sono riusciti: ora lo hanno alienato da me”. Lucia vive a Venezia e lavora come dipendente. La storia da cui è nato Mattia finisce poco dopo la nascita del piccolo: “Il padre l’ho mandato via che il bimbo aveva un anno, non lo voleva questo bambino e gli avevo anche detto che poteva non riconoscerlo. Mi maltrattava, ho denunciato la violenza, mi ha messo le mani addosso anche in gravidanza, ho portato certificati medici, ma è stato tutto archiviato”. Lucia questo bambino lo vuole, lo ha sempre voluto e lo cresce da sola: “Fino ai 3 anni il padre era assente e avevo l’aiuto dei miei”.

“Sono una mamma normale- dice Lucia- ho seguito mio figlio negli studi, nello sport. Ho un lavoro dipendente e come tante mamme mi dividevo tra casa e lavoro. Sono stata fortunata perché ho avuto l’appoggio di mia madre fino a quando non mi hanno sottratto mio figlio, poco dopo mia madre è morta aggiungendo dolore a dolore. Mattia è stato un bambino normale, solare, allegro, con amici e cugini, aveva solo paura, da un certo momento in poi, di essere lasciato solo con il padre che lo aveva minacciato di portarlo via da me”. E’ questa la storia di Lucia che oggi, 2 dicembre, grazie unicamente al fatto che gli incontri protetti cadono di lunedì, potrà dare un regalo a suo figlio che compie 12 anni.

La vita di Lucia e Mattia cambia quando il Tribunale ordinario di Venezia accoglie l’istanza del padre per un ampliamento dei diritti di visita: dal venerdì alla domenica e un pomeriggio a settimana. Cambia perché “Mattia inizia a star male ogni volta che deve andare dal padre. Ho chiesto aiuto per questo ai servizi sociali” racconta la mamma, che presenta ricorso e chiede spontaneamente anche una “visita neuropsichiatrica” man mano che i malesseri del piccolo peggiorano; visita per la quale il padre però nega consenso. Non è una mamma che scappa Lucia, ma che chiede “supporto in relazione alle visite con il papà”, che non ignora quel malessere del bambino che lo fa finire anche in ospedale. Il padre, dal canto suo, lamenta di esser stato “estromesso dalla vita del figlio dal giugno 2015“.

Si inserisce qui la Ctu a firma della psicoterapeuta Barbara Masseroli che chiede “un intervento urgente di collocamento del bambino presso il padre (passando prima 10-15 giorni in uno spazio neutro di transizione) il tutto motivato dai vissuti materni pervasivi e penalizzanti”. E ancora oggi “se abbraccio troppo mio figlio, se lo bacio, se mi informo della scuola- dice Lucia- per i servizi sociali sono ingerente, persino se gli domando se abbia tagliato o meno i capelli o se glieli tocco”. “Andremo in Cassazione probabilmente” dichiara l’avvocato di parte Antonio Castellani, raggiunto dalla Dire, dopo che è stata respinta la richiesta di “audire il minore e ampliare il diritto di visita della mamma. I servizi- chiarisce il legale- dichiarano di aver ascoltato il bambino più volte, ma non esiste una prova e la bigenitorialità come sarebbe garantita con questo regime di visita? E’ nato un rapporto conflittuale con i servizi sociali e qualsiasi mossa di Lucia è sbagliata. Quando il minore è stato affidato ai servizi sociali con collocamento presso la madre e poi al padre, il padre non ha mai comunicato nulla del figlio: salute, scuola e nonostante i reclami, i servizi non hanno mai sottolineato questo comportamento del padre”.

“La mia potestà genitoriale non è stata sospesa, ma il Tribunale ordinario di Venezia ha dato il super affido al padre e ciò nella pratica corrisponde a una perdita totale di responsabilità genitoriale” sottolinea Lucia, che ancora oggi è seguita dal centro antiviolenza Iside. Sara Pretalli, vicepresidente della cooperativa, all’agenzia Dire, ha spiegato, a proposito del loro intervento di supporto a queste donne, mamme, che sono vittime di violenza “che si tratta di situazioni in cui si fa fatica a garantire protezione e sicurezza ai bambini. Le donne cercano di ridurre l’esposizione dei figli, ma la violenza si respira. Alcuni bimbi intervengono, altri scappano e si nascondono e si chiudono nel silenzio, ma- ribadisce- i padri che agiscono violenza non sono genitori adeguati”.

Lucia ha denunciato Ctu e servizi sociali; dal 2019 Mattia è in affidamento super esclusivo al padre e all’ultima richiesta di poter almeno vedere un po’ di più Mattia le è stato ancora detto no: “Come fossi una criminale. Mio figlio l’ho perso, mio figlio non c’è più”. Poi però racconta di quell’incontro, il 23 luglio scorso, dopo un “periodo di malattia” in cui non ha potuto vederlo, quell’abbraccio e “Mattia che le dice ‘mamma, mamma!'”. Un sorriso, la spontaneità di un bambino, un contatto che “fa breccia” e che per un attimo, nonostante le sbarre, la fredda sala, e le due operatrici addette al controllo, le riporta indietro il figlio che ha messo al mondo.





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(Nella prima foto Lucia e suo figlio Mattia, 3 giorni prima del prelevamento del bambino da scuola; nella seconda i biglietti scritti dal bambino ad agosto 2018 quando ha potuto rivedere la mamma nei primi incontri protetti)

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