Libano, respingimento di migranti e violazione dei diritti umani: i Caschi Blu dell’Onu confermano alla Dire il loro ruolo

Il portavoce di Unifil, la missione Onu in Libano a guida italiana: "Li abbiamo intercettati in mare e abbiamo chiamato la marina libanese: è la prassi"
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ROMA – I Caschi Blu di Unifil hanno confermato alla Dire il loro coinvolgimento nel respingimento di un’imbarcazione con a bordo profughi siriani – tra cui donne e minori -, che una volta riportati in Libano dalla marina militare libanese, hanno raccontato di aver subito il carcere, percosse e umiliazioni. La vicenda è stata riferita alla Dire da fonti locali in contatto con i migranti.

Alla richiesta di chiarimenti, Andrea Tenenti, portavoce della Missione delle Nazioni Unite in Libano ha risposto: “Nella notte tra il 17 e il 18 settembre, un assetto della Maritime Task Force (Mtf) di Unifil ha intercettato un’imbarcazione non identificata all’interno delle acque territoriali libanesi con a bordo personale civile. In aderenza al mandato delle Nazioni Unite, la Mtf ha informato le autorità libanesi. La Marina libanese è giunta sul posto ed ha preso sotto la propria responsabilità l’imbarcazione, scortandola sulla terraferma”.

Varie organizzazioni umanitarie presenti in Libano per fornire assistenza ai profughi siriani denunciano che di recente il governo libanese ha iniziato a rimpatriare i siriani, in accordo col governo di Damasco, sebbene in Siria i combattimenti non siano terminati. Almeno 20 siriani avrebbero perso la vita, come ha confermato anche il ministro libanese per i Rifugiati Mouin El Merhebi. I siriani sarebbero titolari dello status di rifugiato, ma il Libano, non avendo mai siglato la Convenzione internazionale sui Rifugiati, non la accorda.

Pertanto, come segnalano le organizzazioni, riportare in Libano dei potenziali rifugiati potrebbe profilare un caso di violazione del diritto internazionale. Come vi ponete rispetto a questa accusa? “Unifil osserva quanto stabilito dal mandato” risponde Tenenti. “Alla presenza di Caschi blu nel sud del Libano, incaricati di rafforzare la stabilità e la sicurezza e addestrare le truppe, dal 2006 è stata affiancata la missione navale per supportare la marina militare nelle sue acque territoriali e la protezione dei propri confini marittimi. L’obiettivo è renderla in grado di assumere in autonomia tale controllo”.

Tenenti prosegue spiegando che la Mtf è stata richiesta dal governo di Beirut per contrastare il traffico di armi e miliziani, dopo anni di guerra civile. Tuttavia, precisa il responsabile, il personale Unifil non può svolgere ispezioni a bordo, per cui non appena un’imbarcazione viene intercettata, “la raggiungiamo e subito dopo siamo tenuti a contattare la marina libanese”.

Anche se a bordo potrebbero esserci dei rifugiati? “Non è di nostra competenza- risponde il portavoce-. Nel caso della vicenda del 17 settembre, il personale Unifil non ha potuto verificare l’identità dei civili a bordo di quella imbarcazione, né quelle persone hanno palesato la loro nazionalità”.

Tenenti precisa che in caso di emergenza, “interveniamo per prestare soccorso. In passato è capitato varie volte”. Ma rispetto all’imbarcazione che la notte tra il 17 e il 18 settembre puntava verso Cipro, “Unifil non ha notato nulla di sospetto e non ha ricevuto alcuna richiesta di salvataggio. In attesa dell’arrivo della Marina militare libanese (Laf Navy) sono stati distribuiti cibo ed acqua agli occupanti dell’imbarcazione non identificata”.

Le fonti alla Dire hanno riferito che, una volta tornati a terra, i migranti “sono stati trasferiti in un centro dei Servizi segreti militari, in una sede ignota nel distretto di Kobbe”.

I funzionari, hanno raccontato le stesse fonti, “hanno interrogato tutti, anche le 14 donne e i dieci bambini, mentre gli uomini denunciano di aver subito percosse. Dopo 15 ore sono stati tutti trasferiti nel centro di detenzione di Chekka”, localita’ da cui la piccola imbarcazione era partita, “di competenza delle Forze di sicurezza interne (Internal Security Forces, Isf). Donne e bambini- concludono le fonti- sono stati liberati di notte senza cibo o denaro. Quanto agli uomini, hanno potuto lasciare le proprie celle solo due giorni dopo”.

I migranti hanno infine raccontato di essere stati raggiunti dal personale Unifil a 35 miglia dalla costa, dunque in acque internazionali, mentre l’esercito libanese e i Caschi blu sostengono che ciò è avvenuto a 15 miglia, quindi in acque libanesi.

I profughi siriani in Libano, dallo scoppio della guerra nel 2011, sono oltre il milione. I Caschi blu di Unifil, missione Onu a guida italiana, sono presenti dal 1978 nel sud del Libano per rafforzare la stabilità del Paese dopo anni di guerra civile e ostilità con lo Stato di Israele, fornendo anche addestramento alle forze di sicurezza locale. Oggi le truppe presenti nel Paese contano circa 43mila peacekeepers.

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2 Ottobre 2019
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