Violenza donne, in libreria la storia di Yvette: “Voglio aiutare le camerunensi”

In 'Perché ti amo' Yvette, mediatrice culturale e, assieme alla madre, fondatrice dell'Associazione camerunense di lotta contro la violenza sulle donne, ripercorre le tappe della sua storia
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

ROMA – Quando comincia a scrivere ‘Perché ti amo’, dal 25 settembre in libreria per Pellegrini Editore, Yvette Samnick, 34 anni, due lauree in Camerun e una in Italia ottenuta grazie ad una borsa di studio, è in casa famiglia con suo figlio. Su un foglio bianco prova “a far uscire il dolore” che ha “nell’anima e nel corpo”, la rabbia per quel padre prima e quel compagno violento poi, che a ogni calcio, ogni schiaffo, si giustificavano con un “perché ti amo”. Uno “sfogo” trasformato in un libro – presentato il 30 settembre a Cosenza – “che spero aiuti le donne che vivono queste situazioni, soprattutto in coppie miste, che non sanno come fare e pensano di non avere scelta perchè straniere”.
In ‘Perché ti amo’ Yvette, mediatrice culturale e, assieme alla madre, fondatrice dell’Associazione camerunense di lotta contro la violenza sulle donne, ripercorre le tappe di questa storia. Quella di una giovane che, dopo la violenza assistita da bambina, incontra sulla sua strada di donna adulta la violenza domestica. Un’autobiografia, involontaria e coraggiosa, pubblicata grazie ad un’amica “che mi ha convinta, nonostante la paura”.

“MIO PADRE PICCHIAVA MIA MADRE, LA VIOLENZA È NEL PACCHETTO MATRIMONIO” – “Mio padre era un uomo molto violento, aveva cinque mogli, mia madre era la prima- racconta alla Dire la scrittrice- La picchiava sempre, anche davanti a noi figli, nel silenzio e nella complicità dei vicini e della gente del paese. È stata ricoverata tantissime volte, nessuno ci ha mai chiesto perché dalla nostra casa arrivassero tutte quelle urla, perché mia madre fosse sempre ferita”. La violenza sulle donne “è una cosa normale- dice Yvette- fa parte del pacchetto del matrimonio”. Colpa delle colpe “il fatto che mamma volesse lavorare. È un’assistente sociale- racconta- mio padre le rimproverava di avere la testa dura e per punirla puniva anche noi figli. Eravamo in sei e lui non ci ha pagato la scuola”.
Nonostante tutto, Yvette riesce ad andare via da casa e a laurearsi due volte, “mentre mia madre chiedeva il divorzio e mio padre la accusava di abbandono del tetto coniugale”. Nel 2014, la svolta. O almeno così credeva Yvette.

IN ITALIA L’INCONTRO CON UN ALTRO UOMO VIOLENTO – “Sono arrivata in Italia nel 2014, mio cugino mi aveva detto che c’era la possibilità di ottenere una borsa di studio all’università della Calabria- continua il suo racconto Yvette- Il primo anno è stato tranquillo, studiavo e lavoravo. Poi ho incontrato il padre di mio figlio, un italiano più grande di me di 12 anni. Lo vedevo come un angelo, era un uomo sereno, diceva di amarmi. Ci siamo fidanzati, poi ho cominciato a pensare che volesse controllarmi”.
I commenti ai post sul profilo Facebook, gli abiti indossati: l’uomo passa al setaccio ogni aspetto della vita di Yvette. “Credevo fosse solo gelosia e la gelosia, pensavo, è bella perché vuol dire che mi ama”. Le cose precipitano quando la donna resta incinta. “Voleva che io andassi a vivere con lui e i suoi genitori, ma avevo ancora la borsa di studio e ho deciso di restare all’università. A luglio, quando ero al settimo mese, mi sono trasferita. Lui ha cominciato ad essere sempre più nervoso, a perdere la pazienza, ad urlare”. L’ultima grande lite, poi, il parto. Che, però, diventa il detonatore di una violenza ancora più pervasiva.
“Un giorno sono uscita per andare in chiesa a confessarmi, non potevo portare mai il mio bambino con me a passeggiare- racconta- Lui mi ha chiamata cinque volte, quando sono arrivata a casa mi aspettava con la madre davanti alla porta. Mi ha chiesto urlando dove ero stata, mi ha insultata”. All’ennesimo controllo del suo profilo Facebook, Yvette decide di cancellarlo. Ma lui si infuria “e quando esco dal bagno col bambino, lo trovo con un coltello da cucina in mano. La madre si è messa tra noi, ha preso il coltello. La notte tardi lui mi ha chiesto scusa”.
Negli ultimi mesi di convivenza “mi aveva completamente isolata- prosegue la scrittrice- ad ogni discussione mi metteva le mani al collo, mi sbatteva la testa sull’armadio, minacciava di buttarmi dal balcone. Sono scappata tre volte, ma tornavo per il bambino”. Fino a quando “un giorno mi ha cacciata di casa”, perché “mi aveva sentito al telefono sotto casa. Parlavo con un mio amico avvocato che mi diceva di denunciarlo. Mentre uscivo di casa mi ha dato un pugno alla schiena. Allora mi sono decisa a chiamare la Polizia”.

L’AFFIDO CONDIVISO E IL PROCESSO – L’uomo, arrestato subito dopo la chiamata della donna, è oggi a piede libero. È in corso “un processo, ma l’affido di nostro figlio è condiviso, anche se a lui sto pensando solo io”, sottolinea Yvette, che, dopo un periodo in casa famiglia, ha deciso negli ultimi mesi di provare a ritrovare la sua libertà. E, con il libro e l’associazione, di aiutare altre donne che come lei hanno attraversato l’inferno della violenza domestica.

“L’associazione che ho fondato con mia madre nel novembre 2018, ha l’obiettivo di lavorare sulla sensibilizzazione delle donne camerunensi, perché ci insegnano che l’amore porta dolore. Non è così e io l’ho capito ora. In due anni ho messo in discussione tutto quello che mi è stato insegnato da quando sono piccola: che l’amore fa male, che se un uomo non ti picchia non ti ama. Per il momento, tra l’Italia e il Camerun, siamo in cinque. Vogliamo andare nelle scuole, nei paesi, lavorare con le associazioni delle donne. Spero di mettere in piedi qualche progetto con i ricavi della vendita di questo libro”.

Anche in Italia, però, per Yvette c’è ancora molto da fare: “La cosa che mi piace di più è che qui ci sono leggi che tutelano le donne- dice- Un uomo viene punito per aver ucciso o maltrattato una donna, nel mio Paese non è così. Però a volte penso che anche qui la mentalità non sia evoluta. Com’è possibile che ancora in Europa ci siano persone che pensano che una donna non possa fare più niente nel momento in cui si sposa e fa un figlio?”.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Leggi anche:

2 Ottobre 2019
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»