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In Afghanistan è l’anno zero. E l’Europa conta ancora meno

afgnahista credits Unhcr/Edris Lutfi
Come ripartire 20 anni dopo, sapendo che i soldi arriveranno dalla Cina
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ROMA – Forse il mondo non ha bisogno dei talebani ma i talebani hanno bisogno del mondo. Senza, l’Afghanistan è già in bancarotta. Alla fame e senza servizi di base. Nel 2019 l’Oms ha calcolato che l’80 per cento del sistema sanitario del Paese è finanziato da donatori stranieri. Vanno lette anche così le promesse degli ex capi guerriglieri, ora al potere a Kabul, che parlano di diritti umani, già chiedono di riaprire ambasciate e si fanno intervistare pure da giornaliste. Come per dire: fidatevi di noi, andrà tutto bene.

Ma come ripartire dopo 20 anni di raid della Nato e stragi di civili nel nome della “guerra al terrorismo” e dell'”esportazione della democrazia”? Secondo Aleksandr Rybin, giornalista russo conoscitore dell’Afghanistan, ora columnist dell’agenzia centrasiatica Fergana, i talebani conservano basi nelle comunità pashtun rurali, in genere poco istruite e conservatrici, anche se nelle città tante ragazze rivendicano spazi nuovi, libertà e responsabilità.

Ne parliamo al telefono e lui torna allo stesso punto: con i talebani non si può trattare ma si deve trattare. Magari tenendo fermi gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, l’esatto contrario dei bombardamenti decisi solo dagli americani. Magari con un sistema di verifiche e monitoraggio, vincolando supporto e condivisione di competenze alla tutela di ciò che va tutelato. Dai diritti delle minoranze a quelli delle donne. Sapendo che in Afghanistan i soldi arriveranno soprattutto dalla Cina e che l’Europa conterà ancora meno.

Foto di copertina Unhcr/Edris Lutfi

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