Myanmar, un attivista denuncia: Suu Kyi tace sul dramma dei Rohingya, compiace militari

aung san suu kyi
Dal 25 agosto sono ripresi i bombardamenti aerei dell'esercito contro i villaggi rohingya
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di Alessandra Fabbretti, giornalista

Mark Farmaner

ROMA – “In Myanmar oggi esiste un diffuso sentimento contro i musulmani, e i pregiudizi sono ancora più forti contro la minoranza dei Rohingya; se la leader Aung San Suu Kyi prendesse posizione contro di loro otterrebbe ancora più consensi”. Alla ‘Dire’ spiega di essere preoccupato, Mark Farmaner, direttore di Burma Campaign Uk (Bcuk), ong che dal 1991 si batte per il rispetto dei diritti umani nel Paese asiatico. Dal 25 agosto sono ripresi i bombardamenti aerei dell’esercito contro i villaggi rohingya, nello Stato di Rakhine.

Secondo i militari, i morti sarebbero già stati oltre 400. Stando a stime dell’Onu aggiornate oggi, i raid avrebbero costretto circa 27.000 rohingya a cercare salvezza nel vicino Bangladesh. Ma la leader de facto, Premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, tace. Non solo: il suo governo si è sempre detto contrario all’ingresso di osservatori Onu, salvo poi accogliere in teoria le raccomandazioni della commissione guidata da Kofi Annan che mette in guardia sul rischio di radicalizzazione tra i Rohingya in conseguenza della loro esclusione sociale. “Nessuno tranne Aung può spiegare perché resti in silenzio di fronte alle violenze commesse dall’esercito birmano” spiega il direttore dell’ong con sede a Londra.

“Una teoria è che stia cercando di rimanere in buoni rapporti coi militari, per convincerli che lei non rappresenta una minaccia e quindi convincerli col tempo ad accettare delle riforme. Ma qualcun altro sostiene che persino lei non ami le minoranze etniche”. Secondo Mark Farmaner, “la maggior parte dei birmani ancora è dalla sua parte, la sostengono fortemente”, quindi potrebbe farle comodo mantenere “la linea dura anti-musulmani, così si terrebbe lontana dalle critiche”.

L’ultima escalation di violenze è scoppiata nel Rakhine dopo che l’Arsa, il movimento separatista armato locale, ha sferrato oltre 30 attacchi in contemporanea contro la polizia. Quanti finanziamenti ricevano? “Per l’International Crisis Group ne ricevono molti”, risponde Farmaner, “ma se osserviamo meglio ci accorgiamo che i miliziani sono equipaggiati di bastoni, coltelli e bombe fatte in casa. Un uomo che ha raccontato di aver combattuto nell’Arsa sostiene che spesso il gruppo saccheggia le centrali di polizia per prendere pistole e fucili, altrimenti non ne avrebbe. Questo non è il profilo di un movimento ben finanziato”.

Ma i Rohingya non sono l’unica minoranza perseguitata nel Paese, sottolinea il direttore di Burma Campaign Uk: “Ogni gruppo etnico – e sono oltre cento – subisce discriminazioni, o gli attacchi dei soldati. La strategia che l’esercito segue oggi contro i Rohingya è la stessa che in passato ha usato contro altri, o che applica tutt’oggi negli Stati di Shan o Kachin. La differenza è che contro i Rohingya è molto più violenta, estesa e frequente”.

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