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Jacobs e Tamberi: come si racconta il giorno che cambia lo sport

marcell jacobs gianmarco tamberi
I dieci minuti che hanno cambiato la storia dell'atletica italiana hanno segnato anche l'anima di chi era presente per raccontarlo
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Dalla nostra inviata Erika Primavera

TOKYO – Come si arriva all’appuntamento con la storia? Come è possibile prepararsi all’imponderabile, al perfetto allineamento dei pianeti? Essere inseriti nel “qui” e “ora”, cogliere i segnali invisibili – eppure presenti – della favola che sta per compiersi, non è affare per tutti. Soprattutto, non è una dote innata ma una capacità che si allena: è esperienza, è fiuto, è abitudine alle innumerevoli manifestazioni del fato e agli scherzi del destino, che spesso si sovrappongono.

I dieci minuti che hanno cambiato per sempre la storia dell’atletica italiana hanno segnato anche l’anima di chi era presente e seguiva l’impresa a pochi metri di distanza. Assistere davanti alla tv è emozionante e coinvolgente, senza dubbio, ma trovarsi proprio lì cambia ogni cosa. Da una parte ci sono i salti perfetti e l’esuberanza di Gianmarco Tamberi, il volo sospeso che interrompe anche il respiro, la sensazione che più si vada avanti più le tessere del mosaico trovino da sole il loro incastro perfetto.

Dall’altra parte, essere a 20 passi da Marcell Jacobs che arriva primo al traguardo dei 100, vederselo volare davanti sulla pista, non ha paragoni. Non si riescono a cogliere le sfumature, non si percepiscono i più piccoli segni di espressione sul viso, è vero, ma si è immersi in una bolla che galleggia e all’improvviso scoppia, facendo vibrare ogni cellula del corpo. Dieci minuti in cui se sei un semplice tifoso, anche il più appassionato, non c’è problema: ti godi tutto lo spettacolo, assapori gli attimi cercando di trattenere le emozioni. Se il tuo lavoro è quello di capire cosa sta succedendo, rendicontare numeri freddi prima e poi – all’opposto – reazioni, sensazioni totalmente inaspettate (le tue e le loro), inimmaginabili un minuto prima e che poi all’improvviso puoi toccare mentre diventano leggenda… Beh, la faccenda si complica.

Lo ammetto, in una frazione di secondo bisogna fare ordine nella massa di input che arrivano al cervello, bisogna mettere in funzione il semaforo che tutti abbiamo in testa, dare precedenza come un vigile all’incrocio mentre le mani tremano sulla tastiera. “Quanto ha fatto? 9″80? Come 9″80? E ora che sta facendo?”. Nell’aria umida e rarefatta di Tokyo, dove si suda anche stando fermi, pure i pensieri diventano pesanti, il caldo opprime e confonde.

Chissà se, al contrario, essere preparati a un evento comunque memorabile ma prevedibile avrebbe reso il compito meno arduo. La questione resta aperta. “Bisogna restare lucidi, sempre”, dice chi ne ha viste tante e trova sempre il modo di non farsi accelerare il battito o quantomeno di allinearlo al ticchettio delle dita sul pc. “Ma è bello emozionarsi, se nella vita smettiamo di stupirci anche noi, che lavoriamo a fare?”, spiega un collega che segue le Olimpiadi da quando chi scrive andava alle elementari. Il dilemma si ripropone e ognuno dice la sua.

Potremmo discuterne per ore. La storia dello sport italiano si compie alle 21.52. Da quel momento ci si ritrova catapultati in una dimensione parallela, ascolti fior di professionisti ammettere: “E come la racconti una cosa così?”, mentre altri hanno la risposta e partono come treni immaginando nella loro testa pezzi e titoli. L’esperienza ha la sua importanza, come in ogni settore della vita o in qualsiasi altro lavoro. L’adrenalina ti trascina avanti e si fa sempre più concreta la consapevolezza tangibile di essere stata una parte, una particella, dell’universo in cui quei famosi pianeti si sono allineati. Il risultato è che alle 4.30 del mattino – centinaia di frasi, righe, virgolette dopo – si sta ancora con gli occhi sbarrati senza riuscire a disconnettersi dal mondo. È già giorno, e il mondo là fuori nel frattempo ricomincia.

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