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I racconti noir di Claudio Metallo tra calcio, furti d’arte e lotta di classe

Comandare è meglio che fottere di Claudio Metallo
"Comandare è meglio che fottere" è una raccolta di storie che oscillano tra finzione e realtà
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Di Pietro Tabarroni

BOLOGNA – Il ‘buon calcio’ delle piazze e dei vicoli, i furti d’arte che possono ricattare intere nazioni, le rivendicazioni sindacali delle donne calabresi del secolo scorso. Sono solo alcuni dei frammenti di ‘Comandare è meglio che fottere‘, la nuova raccolta di racconti ‘noir’ di Claudio Metallo, documentarista e scrittore. Un’opera che si muove tra finzione e realtà, tra cronaca e racconto, seguendo le vicende dei boss che ‘comandano’ (con un occhio ai maestri del genere, da Guy Ritchie a Fernando Di Leo) e quelle di chi è ‘comandato’, gli oppressi e gli ultimi, che vogliono emanciparsi e affermarsi ad ogni costo, alcuni con la lotta di classe, altri con il calcio, altri ancora con l’ingegno criminale. Sempre cercando, nella realtà “autentica”, la “scintilla della storia”, da cui può scaturire la narrazione. Tra escursioni dialettali e crime story internazionali, il risultato è lo spaccato di una società sommersa e parallela a quella civile, di cui l’autore si è fatto testimone, “vivendo” le strade.

Una buona parte dei racconti si svolge in uno sfondo comune, il sud Italia. E in un certo senso, anche se si può supporre che siano ambientati in un periodo di poco antecedente alla rivoluzione digitale, sono mossi da dinamiche e regole sociali antiche: l’onore, la violenza. Cambiano i criminali, in un secolo hanno mutato pelle anche i vertici mafiosi, che ora sono fatti di uomini d’affari, ma lo spazio e il tempo tradizionali del sud sembrano immutabili. Vorrei sapere qualcosa del solco che divide cronaca e narrazione, nei tuoi racconti. Come ti muovi, da scrittore, in questa dimensione di confine? Quanto c’è di vissuto in prima persona, e quanto di ‘riarrangiato’ dalla tua fantasia?

È una domanda che mi viene posta sempre, penso che derivi da un comune bisogno di realtà che le persone, e quindi anche i lettori, avvertono. Si cercano dei nuovi punti fermi perché il mondo novecentesco, di cui è figlia la nostra generazione, si è sfarinato sotto i nostri occhi.

La mia ispirazione deriva dal fatto che leggo di tutto, dai saggi, ai romanzi, alle biografie. Guardo moltissimi film e documentari e, soprattutto, vivo per strada. Mi piace moltissimo parlare con le persone e ascoltare. Fatto salvo che per me è assolutamente folle pensare di fare lo scrittore (così come tante altre cose nella vita) senza leggere, la curiosità e l’empatia sono gli elementi fondamentali per trovare una buona storia, ma anche per vivere meglio con il resto dell’umanità.

Se ne vogliamo fare un discorso di differenza tra il lavoro di documentarista e quello di scrittore, io attraverso il video ho scelto di raccontare storie positive della mia terra, la Calabria. Nei miei film cerco di dare tutto lo spazio alle storie che mi vengono raccontate e, anche se questa è una limitazione creativa, la accetto volentieri. Un esempio che mi viene subito di fare è quello di Rocco Mangiardi tra i protagonisti del documentario ‘Un pagamu, la tassa sulla paura’, girato con Nicola Grignani e Miko Meloni. Rocco è stato il primo commerciante di Lamezia Terme a denunciare i suoi estorsori in tribunale e ci ha concesso la sua prima intervista. Un documentarista deve mettersi a disposizione di persone come queste, in antropologia vengono chiamati “portatori inconsapevoli di cultura”.

Con la scrittura, invece, posso dire quello che voglio evitando anche querele o problemi di budget. Le storie che racconto hanno un forte legame con la realtà che vivo e che mi è capitato di filmare. Mi capita che alcune persone che hanno letto un mio romanzo o un mio racconto rivedano nei miei personaggi un politico o un mafioso realmente esistente. Spesso non so neanche a chi si riferiscano, ma mi viene in mente la frase che si legge in Le mani sulla città di Francesco Rosi: “I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce.” Aggiungerei che, in alcuni casi, la realtà è peggio della finzione!

Qua e là, mi è parso di cogliere delle citazioni da alcuni film cult per il genere della crime story. Ad esempio, c’è un riferimento alle pistole della scena nel pub di ‘The snatch’ di Guy Ritchie. In Italia, hanno molto successo le serie che ripercorrono dall’interno la cronaca criminale del paese. Cose ne pensi, anche da addetto ai lavori, del crimine e della violenza come oggetto dello spettacolo?

‘The Snatch’ per me è un film cult. Il mio approccio alla descrizione di alcuni personaggi, soprattutto i mafiosi, camorristi e altro, deriva però da un fantastico film di Fernando di Leo ‘I Padroni della città’. In questo film c’è un dialogo tra due piccoli delinquenti. Uno vuole organizzare una truffa a un criminale importante e l’altro è terrorizzato. Il primo dice al secondo: “Ricorda un uomo è sempre un uomo, è sempre più fesso di come te lo immagini”. L’ironia che metto nel raccontare storie anche terribili nasce tutta da questa frase. È importante togliere quella patina di duri, di uomini leggendari a criminali che spesso sono dei fessi totali.

Ci sono boss in Calabria che si sono fatti arrestare da latitanti perché non hanno resistito a contattare una trasmissione televisiva. Nella provincia di Napoli, un piccolo boss guardava la serie Gomorra e poi usciva in moto, fatto di cocaina e sparando in aria. Si è andato a schiantare contro una saracinesca tutto fatto. Purtroppo la violenza è presente in tv, anche nelle fiction, ma soprattutto nell’infotainment. Nel periodo più duro della pandemia, l’informazione si è trasformata in intrattenimento selvaggio con bollettini, interviste terrorizzanti e un profluvio di notizie riportate senza alcuna verifica e che venivano sparate in mezzo al mucchio. Mostrare le immagini di una funivia che si stacca con la gente dentro che morirà in pochi secondi, è una violenza o no? Andare in giro a citofonare alle persone a favore di telecamera chiedendo: ”Lei spaccia?” è violenza o no? Fomentare l’odio per il diverso, lo straniero e il povero sbraitando continuamente di degrado, decoro e sicurezza, è violenza o no?

Un altro dei temi portanti della raccolta è il ‘buon’ calcio, quello che “si impara per strada” così ci si conosce anche fra ragazzi, intanto. Nel libro citi anche Borges a supporto di questo calcio dei vicoli e delle piazze del mondo. È doveroso, anche se forse un po’ inutile, chiederti cosa nel pensi del Pallone di oggi, in tempi di leghe elitarie e scandali vari. Il calcio sta rinunciando definitivamente al suo ruolo educativo?

Il calcio è uno degli aggregatori sociali più potenti in assoluto ed è uno strumento politico di innegabile successo. Nel 1978 la sanguinaria e criminale giunta militare argentina utilizzò i Mondiali per rafforzare la dittatura a livello internazionale, con la complicità di molti giornalisti che chiusero bocca e orecchie di fronte a quello che accadeva nel paese. Il capo della Stasi, Erich Mielke, era appassionatissimo di calcio e lo trasformò nello sport nazionale a discapito dell’hockey. Potrei fare tantissimi esempi anche positivi sul potere del calcio. La Democrazia Corinthiana, quell’esperimento democratico nato nello spogliatoio della squadra brasiliana del Corinthians, ha contribuito a minare le certezze della dittatura di Brasilia e far sapere al popolo che i calciatori non erano dei burattini nelle mani della giunta militare. Nel pallone di oggi ci vedo pochissimo di positivo. Molto giornalismo è diventato narrazione epica delle gesta sportive e si sente spesso dire che il calcio può rappresentare una forma di riscatto per un ragazzino povero dell’Africa, ma la domanda sarebbe: perché il calcio è rimasto uno dei pochi strumenti per salire sull’ascensore sociale? Il mondo che dava un’opportunità a un ragazzino poverissimo di Villa Fiorito di nome Diego Armando Maradona, è migliore o peggiore di quello di oggi? Se parliamo della Superlega, per ora, si è rivelata un’ipocrita pagliacciata. Detto questo, non ci vedo proprio i vertici della Fifa e della Uefa a difendere i valori dello sport, dell’uguaglianza e delle pari opportunità. È tollerato che ragazzini vengono portati via dall’Africa o dal Sud America per giocare in Europa senza avere alcuna garanzia sul loro futuro.

Ancora oggi dichiararsi omosessuali nel calcio è un grosso problema. Fifa e Uefa si piegano continuamente al volere di governi fascisti e reazionari come quello ungherese, che ha chiesto che lo stadio di Monaco non fosse illuminato con i colori arcobaleno simbolo delle proteste LGBT, ma anche del Pride Month, per la partita della nazionale magiara. Non s’intravede nessun altro motivo se non l’omofobia. La Uefa ha accolto la richiesta vietando al governo di una città di agire in modo diverso.

Direi di stendere un velo pietoso anche su come vengono trattate le squadre delle serie minori, dove esiste ancora la passione per questo sport, e vi rimando alla storia del Napoli United, sul quale ho realizzato un video.

Nella raccolta, ci sono anche delle ‘escursioni’ della tua penna in terra straniera, fra cui quella che dà il titolo al volume, ‘Comandare è meglio che fottere’, una storia che fra le altre cose parla di arte. Come è nato questo breve racconto e cosa ne pensi del mercato dell’arte di oggi? È mecenatismo o, come parrebbe dal tuo racconto, speculazione, a volte criminale, sul genio umano?

A me l’arte interessa quando ha a che fare con la società o diventa cronaca e può far scattare una scintilla per una storia. Ti faccio un esempio, Belisario Corenzio e Jusepe de Ribera nella prima metà del ‘600 non vedevano di buon occhio l’arrivo di pittori da Roma a Napoli. I due erano due finissimi artisti: basta fare un salto al Museo di Capodimonte o al Palazzo Reale di Napoli per capire di chi stiamo parlando. I due grandi pittori organizzarono un vero e proprio boicottaggio nei confronti dei colleghi forestieri. A uno di loro vennero scambiati i colori preparati per dipingere, un altro denunciò l’omicidio di un suo assistente. Comandare è meglio che fottere nasce da un vero furto e dal ritrovamento di due quadri di Van Gogh nella villa al mare di un camorrista, che probabilmente ha ceduto l’informazione allo Stato in cambio di qualcosa. Non è una novità in campo criminale o politico. Leggenda vuole che l’IRA avesse un intero deposito di opere d’arte da poter usare come merce di scambio con gli inglesi, ad esempio per liberare un prigioniero. Ci sono storie simili che riguardano anche le BR e altri gruppi. Solitamente, però, i furti d’arte avvengono su commissione di qualche ricco schifoso che vuole godersi tutto da solo un’opera che appartiene all’umanità. L’avidità non riguarda solo i soldi, ma anche la bellezza. Sul mercato dell’arte ne so veramente poco, a parte quello che mi viene raccontato da alcune amiche o amici artisti. Mi vengono in mente due riflessioni: una è che ormai le mostre d’arte devono essere dell’esperienze al di là del fatto che quello si espone abbia una coerenza o meno nella mostra stessa, perché tutto è diventato spettacolo. L’offerta di arte è altissima perché è diventato un bene commerciabile anche all’interno dei musei che devono attirare più turisti possibile, staccare più biglietti e finire le scorte alimentari delle loro caffetterie. L’altra riflessione è che in alcuni casi l’arte contemporanea viene utilizzata da vecchi dinosauri per rilanciarsi o anche come mezzo di gentrificazione dei quartieri. Per quanto riguarda il primo caso, fu assurdo quello di Bologna, dove una bella combriccola di politici comunali e organizzatori di mostre (che ci dicono cos’è bello e cos’è brutto) aveva deciso di rubare alcuni pezzi del noto artista murale Blu dai muri, ma lui piuttosto preferì cancellarli. Nel secondo caso ci sono gli abitanti Langunillas a Malaga che scacciano gli street artists, mandati dal Comune, perché non vogliono che il loro quartiere diventi un’altra Bilbao.

‘Puru ca’ simu fimmine’, invece, è un racconto sulle scioperanti calabresi degli anni ‘40. Dai fatti realmente accaduti che l’hanno ispirato, hai tratto alcuni ritratti di momenti intimi. La lotta sindacale è una fonte di ispirazione per te? E, nello specifico, ti reputi un narratore sensibile alle ‘minoranze’ oppresse, di qualsiasi genere?

Si, se mi parli di lotta sindacale come quelle che portano avanti formazioni come USB nella logistica, dove le lavoratrici e i lavoratori stanno lottando contro aziende che vogliono licenziare solo per abbassare gli stipendi e aumentare il loro profitto. Su queste persone, come per magia, si riversano gruppi di picchiatori armati di mazze e taser. Nessuno sa da dove arrivano questi energumeni. Senza che la polizia muova un dito. Se mi parli delle organizzazioni di lavoratori nelle campagne in Puglia, Calabria e Campania dove migliaia di migranti si spaccano la schiena per farci mangiare i pomodori al prezzo più basso, ti dico di si. Non dimentichiamo che accanto all’omicidio padronale di Adil Belakhdim avvenuto poco tempo fa a Biandrate, ci sono stati gli omicidi del sindacalista Soumalia Sacko a San Calogero (VV) e di Adnan Siddique ucciso a Caltanissetta perché lottava per i diritti dei braccianti. Sia nella campagna che nella logistica sono i diritti di tutte e tutti, non solo degli immigrati, che vengono calpestati. Mi viene in mente il nome di Paola Clemente, una donna di 49 anni, morta di fatica in una vigna di Andria per 27 euro al giorno. Mi sorprendo di come tantissime persone non riescano a vedere questa situazione e a collegare i fatti. Stiamo parlando di lotta di classe, un conflitto che stiamo perdendo anche a causa del consumismo e delle sue promesse.

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