ROMA – Il quarto round di negoziati tra funzionari israeliani e libanesi è iniziato nella sede del Dipartimento di Stato americano. Una notizia che arriva mentre il quadro diplomatico mediorientale resta sospeso tra aperture parziali e diffidenze strutturali. A fare il punto sul dossier Iran è stato Marco Rubio. Il segretario di Stato ha dichiarato ai senatori che Teheran ha accettato di discutere aspetti del suo programma nucleare che in precedenza aveva categoricamente escluso dal tavolo. Un cambiamento di posizione rilevante, ma che Rubio ha subito ridimensionato: nulla garantisce che i colloqui sfocino in un accordo capace di mettere fine al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran.
La lettura americana della strategia iraniana è netta. Teheran avrebbe puntato a costruire un “scudo convenzionale” dietro cui proteggere il proprio programma nucleare – ed è proprio questa architettura difensiva, secondo Rubio, ad aver convinto Trump della necessità di avviare la guerra. Sul fronte dello stretto di Hormuz, nessuna concessione immediata: qualsiasi allentamento delle sanzioni sarà condizionato a requisiti precisi, e l’Iran dovrà annunciare “in modo molto chiaro” la riapertura del passaggio. Sul tavolo anche la questione dell’uranio altamente arricchito, su cui Washington chiede impegni negoziali specifici.
L’ingresso di Rubio al Senato non è passato inosservato. Un gruppo di manifestanti lo ha accolto con cori contro la politica americana verso Cuba – “Smettete di uccidere i cubani”, “Lasciate vivere Cuba” – prima di essere rapidamente allontanati dalla sala.
INTANTO TRUMP
Sul fronte interno, Trump ha scelto Bill Pulte come direttore ad interim dell’intelligence nazionale. Pulte, erede di una fortuna nel settore delle costruzioni residenziali e già a capo della Federal Housing Finance Agency, non ha un profilo da intelligence. Ha invece alle spalle una serie di accuse pubbliche mosse contro oppositori politici e nemici del presidente attraverso il suo ruolo alla FHFA. Trump lo ha presentato come dotato di “vasta esperienza nella gestione delle questioni più delicate in America”, annunciando che manterrà anche la guida dell’FHFA.
La nomina arriva pochi giorni dopo le dimissioni di Tulsi Gabbard, il cui mandato si era chiuso tra polemiche e dissapori con Trump, in particolare sulla guerra all’Iran.





Aggiungi Dire.it alle tue fonti preferite su Google

