Gli articoli della Dire non sono interrotti dalla pubblicità. Buona lettura!

Festeggiamo la Repubblica ricordando le ragazze del ‘46

Il 2 giugno 1946 milioni di cittadini italiani e (per la prima volta nella storia d’Italia) anche le donne, furono chiamati alle urne per decidere nel referendum istituzionale fra monarchia e Repubblica e per eleggere i membri dell’Assemblea Costituente
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

di Michela Ponzani, storica

«Sembra di essere tornati alle code per l’acqua…in fila si ripassa mentalmente la lezione e le conversazioni che nascono fra uomini e donne hanno un tono diverso, alla pari». Scriveva così Anna Garofalo, ricordando quell’assolata domenica del 2 giugno 1946, quando milioni di cittadini italiani e (per la prima volta nella storia d’Italia) anche le donne, furono chiamati alle urne per decidere nel referendum istituzionale fra monarchia e Repubblica e per eleggere i membri dell’Assemblea Costituente. Un appuntamento storico segnato da una straordinaria euforia collettiva per il ritorno alla vita democratica, dopo più di vent’anni di dittatura fascista. L’Italia di quel 2 giugno di ormai 75 anni fa è un paese distrutto dalle macerie morali e materiali della guerra, lacerato da profonde divisioni politiche, spaccato (come dimostreranno i risultati elettorali) fra un nord progressista e repubblicano e un sud conservatore e ancora fortemente monarchico. Ma è un paese giovane, animato da quella che Italo Calvino avrebbe chiamato “una straordinaria voglia di rivoluzionare tutto con spavalda ironia”. E in quelle interminabili code di persone affollate davanti ai seggi, sotto un sole cocente, fra chi si portava il cibo da casa e qualche sedia per riposarsi nell’attesa, nasce la nuova Italia democratica. Non è un caso che il regista Dino Risi, forse in uno dei suoi film più belli “Una vita difficile”, abbia immortalato una delle scene più iconiche del film proprio nel momento in cui alla radio vengono diffusi i risultati elettorali sul referendum. I due protagonisti, Alberto Sordi e Lea Massari, che si ritrovano per scommessa alla stessa tavola di una famiglia della nobiltà romana, proprio la sera in cui la radio annuncia la vittoria della Repubblica, incarnano tutta l’emozione della nuova Italia: un paese giovane, senza un soldo, ma pieno di speranze, che brinda e mangia – insieme alla servitù -alla tavola delle vecchie cariatidi monarchiche in fuga.

Per le “ragazze del ‘46” quel 2 giugno fu davvero, come disse Nilde Iotti, «il giorno in cui le donne si presero la Storia». Perché con il diritto di voto non sarebbero state più considerate solo casalinghe, “silenziose fattrici di prole o spose e madri esemplari” senza voce, come il regime fascista aveva voluto, ma protagoniste a pieno titolo della nuova politica italiana.

Le donne erano, in realtà state chiamate al voto già con le elezioni amministrative del marzo-aprile 1946, che avevano visto una straordinaria affluenza alle urne (quasi il 90% delle cittadine aventi diritto); quasi 2000 erano state le candidate, molte delle quali elette nei Consigli comunali e 10 erano state le donne elette alla carica di sindaco. Fra di esse, Ada Natali, la sindaca di Massa Fermana (In provincia di Ascoli Piceno), antifascista della prima ora, schedata dalla polizia politica di Mussolini come pericolosa sovversiva e mandata al confino, che senza sussidi sarebbe riuscita a ricostruire case, ponti e scuole. E ancora Elena Tosetti, eletta a Fanano, in provincia di Modena, finita sulla stampa scandalista a metà degli anni ’50 per una presunta relazione extraconiugale con un compagno di partito, e non per aver costruito le prime case popolari dotate di acqua corrente della città e aver messo in piedi una ferrovia in grado di collegare Fanano con altri centri dell’Appennino.

Il loro impegno in politica, così come quello delle 21 elette all’Assemblea Costituente avrebbe svecchiato un paese ancora molto arretrato sul piano della mentalità, in una battaglia continua per la conquista del diritto al lavoro, il libero accesso alle professioni, la parità giuridica, facendo delle donne un potente motore di modernizzazione.

Basti ricordare la legge sulla Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri, approvata nel 1950 e fortemente voluta da Teresa Mattei (PCI) e Maria Federici (Dc). Un provvedimento rivoluzionario che avrebbe garantito non solo il divieto di licenziamento delle neomamme fino al primo anno di vita del bambino, ma anche la tutela economica e sanitaria delle lavoratici, in un paese in cui esisteva ancora la cosiddetta “clausola di nubilato”: una vecchia eredità del fascismo per cui una donna sposata in cerca di occupazione poteva essere licenziata, perché considerata dai datori di lavoro “doppione del marito”.

In questi 75 anni di storia repubblicana le donne non hanno fatto altro che lottare per garantire a tutti piena parità nei diritti, vivendo spesso sulla loro pelle discriminazioni indicibili. Lo ha del resto recentemente ricordato Marisa Rodano quanto nell’Italia del dopoguerra una donna potesse finire in carcere per volontà del marito se mostrava pubblicamente una relazione con un altro uomo. Persino uccidere una donna non era così grave: il delitto d’onore che concedeva le attenuanti se un padre, un fratello o un marito ammazzava una donna per ragioni di onore, è stato abolito solo nel 1981. Altre leggi – oggi abolite – davano il diritto di picchiare la moglie per correggerne il carattere mentre solo nel 1996 lo stupro è stato riconosciuto come reato contro la persona e non contro la morale o il buoncostume.

Facciamo allora un regalo a noi tutte: festeggiamo la festa della Repubblica ricordandoci dell’impegno di quelle ragazze del ’46 che immaginarono un paese in cui le donne non fossero più abbandonate a una vita di isolamento e degrado domestico, condannate a invecchiare fra la cucina e il bucato, in cui la famiglia poteva trasformarsi in un’orrenda prigione. 

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DiRE» e l’indirizzo «www.dire.it»

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Agenzia DIRE - Iscritta al Tribunale di Roma – sezione stampa – al n.341/88 del 08/06/1988 Editore: Com.e – Comunicazione&Editoria srl Corso d’Italia, 38a 00198 Roma – C.F. 08252061000 Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»