Nessuna correlazione tra linfoma e protesi. Ministero italiano unica autorità a fare ricerca

Il Comitato Ue ha espresso il parere dopo anni di studi. Ecco risultati del dicastero italiano
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ROMA – Nessuna evidenza scientifica a supporto della possibile correlazione tra le protesi mammarie e l’insorgenza di una rara forma di Linfoma anaplastico a grandi cellule (ALCL). E’ questa la conclusione della Scientific Committee on Health Environmental and Emerging Risks (SCHEER), resa pubblica sul sito della Commissione Europea. Una presa di posizione che è arrivata dopo un lungo percorso di studio che ha visto numerosi esperti confrontarsi. Il caso delle protesi indiziate a rischio linfoma, le Allergan testurizzate e le affini, aveva lasciato nelle donne con protesi al seno, soprattutto tra quante hanno avuto una ricostruzione dopo un tumore, paura e sconcerto.

Ad oggi il ministero della Salute italiano è l’unica autorità istituzionale al mondo che si è fatta parte attiva sulla ricerca, non si è infatti solo limitato a promuoverla, ma sta portando avanti studi clinici con propri esperti e specialisti i cui risultati vengono condivisi con il mondo scientifico. L’ ultimo lavoro, condotto su 64 pazienti, è stato recentemente pubblicato sull’’European journal or cancer‘ e in esso si conferma la prognosi favorevole di questa rara forma di linfoma con il 92,2% dei pazienti guariti dopo un follow up medio di 30.4 mesi (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33765512/).

Ad ottobre 2017 lo Scheer, organo di ricerca indipendente della Commissione Europea, si era espresso raccomandando al mondo scientifico di condurre una valutazione più approfondita sulla possibile associazione tra le protesi mammarie e l’insorgenza di questa patologia poiché, anche se in presenza di una bassa incidenza, i limitati dati scientifici disponibili non consentivano di effettuare una solida valutazione del rischio. E’ così, a distanza anni, anche a seguito del moltiplicarsi di lavori scientifici sull’argomento, il rischio/beneficio in relazione all’utilizzo delle protesi mammarie resta, come emerso dagli studi e secondo il parere espresso a fine aprile, a favore del beneficio.

Il linfoma anaplastico a grandi cellule, per la prima volta diagnosticato nel nostro paese 11 anni fa, resta una forma rara forma di linfoma ad eziologia ancora sconosciuta. Solo tante le ipotesi sulla patogenesi, tra le quali cresce il valore di una possibile predisposizione genetica in grado di spiegare perché tra migliaia di pazienti impiantate con la stessa tipologia di protesi solo pochissime al mondo sviluppino questa forma di linfoma. Ne aveva parlato con l’agenzia Dire già a maggio 2019 Arianna Di Napoli, anatomopatologa del Sant’Andrea di Roma e membro del tavolo tecnico sul rischio di linfoma BIA-ALCL del Consiglio Superiore di Sanità.

Dal sito del ministero della Salute è possibile ricavare i seguenti dati: “Una nuova valutazione clinica dei casi, aggiornata a giugno 2019, conferma la rara incidenza di questa condizione clinica di 3 casi su 100.000 pazienti impiantati, stabile negli anni 2015-2018 (consulta Campanale, Spagnoli, Lispi et al. ‘The Crucial Role of Surgical Treatment in BIA-ALCL Prognosis in Early and Advanced Stage Patiens)” con un aumento dei casi dopo l’emanazione delle “circolari 0011758 dell’11 marzo 2015 e la 10042 del 10 febbraio 2017 che avevano come obiettivo quello di sensibilizzare tutti gli operatori sanitari del settore a porre una corretta diagnosi di ALCL in presenza di sintomatologia sospetta”, ovvero la presenza di sieroma freddo tardivo dopo un 7 anni di media dall’impianto. Ad oggi, il database ministeriale registra 72 casi (dal 2010 ad aprile 2021), tra cui due decessi.

Lo Scheer ha comunque invitato i medici a comunicare i nuovi casi, eventualmente diagnosticati ed inserirli nei registri. In Italia, il Ministero della Salute italiano ha obbligato gli operatori sanitari a notificare i nuovi casi diagnosticati e questi vengono inseriti in un apposito registro che è unico al mondo e contiene una grande quantità di dati clinici che vengono puntualmente raccolti per ogni paziente. Resta per le donne che hanno protesi al seno la raccomandazione, come sempre indicata da oncologi e chirurghi, a seguire un follow up regolare.

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