Egitto, muore in carcere il regista del video ironico su Al-Sisi

Shady Habash aveva 22 anni ed era recluso nello stesso carcere in cui è detenuto il ricercatore Patrick Zaki
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ROMA – “Con i compagni di cella hanno gridato tutta la notte per chiedere un medico ma nessuno è intervenuto. Shady Habash è morto a soli 22 anni, da 26 mesi attendeva il processo. Era a Tora, la stessa prigione dove è detenuto Patrick Zaki“. Così all’agenzia Dire Amr Abdelwahab, un amico di Zaki, il ricercatore egiziano arrestato l’8 febbraio scorso con l’accusa di sedizione tramite i social network e da allora in detenzione cautelare nel carcere di massima sicurezza del Cairo.

Anche Shady Habash era in attesa del processo: era stato arrestato a marzo del 2018 perché aveva diretto un video clip musicale in cui il cantante Ramy Essam, esule all’estero, faceva della satira sul presidente Abdel Fattah Al-Sisi. A dare la notizia della morte del giovane regista è stato Ahmed el-Khawaga, il suo avvocato, secondo cui Shady Habash sarebbe morto dopo aver accusato forti dolori allo stomaco, ma né lui né i suoi compagni sono riusciti a far intervenire un medico nonostante abbiano gridato per ore attraverso la cella.

Dall’istituto carcerario non avrebbero ancora confermato il decesso tuttavia secondo Abdelwahab, diverse voci sarebbero trapelate dopo la sua morte: “Famigliari e amici di Habash- ha detto ancora l’attivista alla Dire- si sono recati a Tora e in qualche modo hanno ottenuto queste informazioni”. Quanto alle cause della morte, “potrebbe essersi intossicato”.

Oltre al regista Shady Habash, la polizia egiziana aveva arrestato anche l’autore della canzone incriminata, Galal El-Behairy, che ad agosto 2018 è stato processato da un tribunale militare e condannato a tre anni di reclusione.

“Quanto è accaduto- aggiunge Amr Abdelwahab all’agenzia Dire- la dice lunga sullo stato in cui versano i servizi medico-sanitari all’interno del carcere di Tora, nel bel mezzo di una epidemia poi”. Da tempo difensori per i diritti umani e associazioni egiziane e internazionali denunciano arresti arbitrari e gravi violazioni all’interno delle carceri. Le organizzazioni sostengono che dopo il colpo di stato del 2013, che ha portato al potere il presidente Al-Sisi, decine di migliaia tra manifestanti, intellettuali ed oppositori politici sarebbero finite dietro le sbarre.

In Egitto non esistono stime ufficiali sul fenomeno, ma il carcere di Tora è diventato tristemente noto per accogliere i dissidenti che, tramite la legge sul terrorismo promulgata nel 2015, vengono accusati di attività terroristiche anche solo a causa di un post critico contro il governo condiviso sui social network. Prima della sentenza possono passare degli anni e stando alle associazioni, ai familiari dei detenuti o ai racconti di coloro che sono usciti, dietro le sbarre si subirebbero torture. Le celle sarebbero sovraffollate, il cibo scadente e le cure mediche negate nella maggior parte dei casi.

Amr Abdelwahab alla Dire conclude: “Nel suo ultimo messaggio, Shady aveva scirtto: ‘Sostengono che la prigione non possa ucciderti, ma la solitudine può. Per questo ho bisogno del sostegno di ognuno di voi all’esterno affinché io sopravviva‘. In pratica- dice l’attivista- ci chiedeva di non essere dimenticato”.

Anche Patrick Zaki, attivista e ricercatore iscritto a un master dell’Università di Bologna, ha chiesto tempo fa la stessa cosa. Per lui si è creata una mobilitazione internazionale per chiederne la scarcerazione sostenendo che le accuse a suo carico “sono false e illegali”.

La famiglia, sostenuta da varie ong, ha inoltre chiesto che il 27enne possa almeno scontare la detenzione cautelare in casa dal momento che, soffrendo d’asma, è più esposto al rischio di contrarre il coronavirus.  L’Egitto risulta infatti tra i primi tre Paesi in Africa per numero di contagi da Covid-19 e per questo le associazioni da settimane invocano l’adozione di un provvedimento svuotacarceri che tuteli la salute dei detenuti, una misura già implementata da diversi Stati del continente.

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2 Maggio 2020
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