Foto dal profilo Instagram di Mehraveh Khandan
ROMA – “Abbiamo appena saputo che la mamma è stata arrestata ieri sera mentre era in casa da sola”. Inizia così il post su Instagram di Mehraveh Khandan, la figlia di Nasrin Sotoudeh, affermata avvocata iraniana, nota per il suo impegno a difesa dei diritti umani e vincitrice del Premio Sakharov 2012 per libertà di espressione, conferito dal Parlamento europeo.
Secondo la figlia, nel blitz di ieri sera, mercoledì 1° aprile, gli agenti avrebbero anche “confiscato i portatili e i telefoni cellulari sia di mia madre che di mio padre”. Al momento “non siamo stati ricontattati e non abbiamo notizie” sul luogo in cui la donna è stata portata. Sotoudeh, nella sua lunga carriera di impegno e attivismo, ha già subito diversi arresti, l’ultimo a ottobre 2023, come ricorda Amnesty International, quando fu “picchiata e arrestata mentre partecipava ai funerali di Armita Garawand, l’ultima vittima delle leggi sull’obbligo del velo”. Dopo il pagamento della cauzione, venne rilasciata il 15 novembre seguente.
Amensty, che conferma la notizia dell’arresto di ieri, ricorda inoltre che l’avvocata aveva trascorso in carcere un lungo periodo: da giugno 2018 a dicembre 2021, salvi brevi periodi trascorsi fuori per motivi gravi di salute. È nota per aver difeso in tribunale diversi difensori dei diritti tra cui Shirin Ebadi, altra avvocata e scrittrice che ha a sua volta dedicato la carriera alla difesa dei diritti civili e delle donne in Iran, un impegno che le è valso il Premio Nobel per la Pace nel 2003.
Quest’ultimo arresto avviene in un contesto di rischio per gli attivisti ma anche i prigionieri di coscienza: la guerra avviata da Israele e Stati Uniti il 28 febbraio, oltre a mettere in pericolo l’incolumità di coloro che sono tenuti dietro le sbarre, peggiora le condizioni per i detenuti. Ieri, fonti di stampa internazionale hanno riferito che un’altra voce di spicco per i diritti, Narges Mohammadi, è stata colpita da un infarto in carcere.
Anche lei titolare di un Premio Nobel per la Pace, nell’edizione 2023, ha già trascorso oltre cento giorni in detenzione dopo aver ricevuto una condanna a otto anni per “raduno e collusione contro la sicurezza nazionale” e “propaganda contro il regime della Repubblica islamica”.
Subito dopo l’offensiva israelo-statunitense, le autorità di Teheran hanno imposto un nuovo blocco alla linea di internet, come conferma ancora oggi la piattaforma NetBlock. Le organizzazioni per i diritti avvertono che il “buio digitale” rischia di favorire arresti arbitrari, violenze ma anche esecuzioni a morte: è di pochi giorni fa la notizia dell’impiccagione dei primi manifestanti arrestati nei cortei anti-governativi di gennaio. Anche in quei giorni internet fu bloccato, alimentando i timori che tra le 7mila e le 30mila persone abbiano perso la vita.







