BOLOGNA – Si fa sempre più intricata la vicenda delle due strani morti avvenute per avvelenamento sotto Natale a Pietracatella, in provincia di Campobasso, dove persero la vita Antonella Di Jelsi, 50 anni, e la figlia Sara Di Vita, 15 anni. I due decessi, lì per lì, vennero scambiati per un’intossicazione alimentare, ma negli ultimi giorni è emersa una novità clamorosa: nel sangue della donna e della figlia sarebbero emerse tracce di ricina, un potentissimo veleno che sarebbe stato il responsabile della morte. Veleno che invece, stando a quanto scrive il Corriere della Sera, non c’era nel sangue di Gianni Di Vita, padre della ragazza e marito di Antonella. L’inchiesta aperta per fare luce sulla vicenda, che dalla Procura di Campobasso è passata a quella di Larino dopo le ultime novità (perchè l’avvelenamento, nel caso, sarebbe avvenuto a Pietracatella che è sotto Larino come competenza), contiene ora il reato di omicidio premeditato. Prima, nel fascicolo, c’erano invece indagati cinque medici dell’ospedale Cardarelli di Campobasso iscritti per omicidio colposo: si ipotizzava, infatti, che non avessero saputo identificare l’intossicazione alimentare e agire di conseguenza quando la 50enne e la figlia, in quei giorni, si erano presentate due volte al pronto soccorso. Ma l’intossicazione, a quanto pare, non esisteva. E di fatto i controlli sugli alimenti trovati nella casa della famiglia non avevano fatto emergere niente di niente, come possibile agente scatenante di una eventuale intossicazione.
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Ora la presenza del veleno letale nel sangue cambia tutto. Le tracce sarebbero state trovate nel sangue della madre e della figlia, ma non nel sangue di Gianni Di Vita, padre della 15enne morta. Anche lui, però, in quei giorni a cavallo tra il 24 e il 26 gennaio manifestò un malessere e fu ricoverato in via precauzionale. Lui e la figlia maggiore 19enne Alice (che era rimasta indenne da tutto perchè non era presente in casa la sera della cena ‘incriminata’) erano stati anche trasferiti allo Spallanzani di Roma per ulteriori accertamenti. La 19enne non aveva manifestato alcun sintomo. E il padre si era ripreso.
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COSA SUCCEDE ORA
Le analisi che in questi ultimi giorni hanno rivelato la presenza del veleno, uno dei più pericolosi per l’uomo, sono state eseguite oltre che allo Spallanzani di Roma (che ci ha lavorato in collaborazione con il centro antiveleni di Pavia), anche in Svizzera e in America. Ora i campioni saranno nuovamente riesaminati. Il padre e la 19enne verranno quasi certamente riascoltati dagli inquirenti e una perquisizione è stata disposta nell’abitazione della famiglia, che viveva a Pietracatella, di cui si occuperà la Polizia scientifica: forse per trovare tracce del veleno su piatti e bicchieri? Dopo la morte di moglie e figlia, Gianni Di Vita e la figlia maggiore si sono trasferiti a vivere da un’altra parte. Contemporaneamente, si stanno facendo accertamenti su smartphone e dispositivi elettronici, per capire se qualcuno in famiglia avesse fatto ricerche in rete relative alla ricina, che potrebbe essere stata acquistata attraverso il dark web: di questo veleno hanno parlato alcune serie televisive di successo, tra cui la celebre Breaking bad. Ora che è palese che non si può essere trattato di intossicazione elementare, nel piccolo paese di Pietracatella sono tornate a circolare voci su possibili tensioni familiari, già emerse nei primi momenti dopo la morte di Antonella e Sara. Per la fine di aprile arriverà anche l’esito del lavoro dei consulenti che hanno eseguito l’autopsia sul corpo delle due vittime.
I CONTROLLI AL PRONTO SOCCORSO PRIMA DEI DECESSI
Ieri sera, a Chi l’ha visto, sono stati intervistati due avvocati dei cinque medici indagati inizialmente per omicidio colposo, quando l’unica ipotesi presa in considerazione era quella dell’intossicazione alimentari. Se lo scenario dell’avvelenamento da ricina dovesse essere confermato, i medici dovrebbero in breve tempo uscire di scena. Questo perchè “è improbabile ipotizzare degli esami specialistici presso il pronto soccorso”, ha spiegato uno dei legali. Chi mai avrebbe potuto disporre un esame per la ricerca della ricina? Sia la madre che la ragazzina sono state al pronto soccorso, in totale due volte, lamentando malessere. La 50enne rimane in osservazione per un’intera notte, la 15enne per buona parte della giornata successiva. Vennero “trattate con flebo e tenute in osservazione, come prevede il protocollo per le intossicazioni alimentari”, ha spiegato l’avvocato. E vennero inoltre fatti “accertamenti batterici e virali”, per verificare che non fosse stato un fattore di questo tipo a scatenare una patologia. Poi vennero dimesse.
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