BOLOGNA – “Si verte in un’ipotesi di omicidio reiterato, dettato esclusivamente da motivazioni egoistiche, che definiscono un tratto di personalità privo di profili umanamente o eticamente comprensibili. Sono state soppresse due vite, tramite una condotta non solo premeditata, ma anche freddamente e lucidamente portata ad esecuzione con modalità di grande scaltrezza”. Lo scrive, nelle motivazioni della sentenza con cui hanno confermato la condanna all’ergastolo per Giampaolo Amato, la Corte d’Assise d’appello di Bologna, presieduta dal giudice Domenico Stigliano. Amato, 66enne ex medico della Virtus pallacanestro e oculista, è stato condannato all’ergastolo sia in primo che in secondo grado per gli omicidi della suocera Giulia Tateo e della moglie Isabella Linsalata, morte a distanza di 22 giorni nell’ottobre del 2021. Le due donne, secondo la tesi accusatoria, sarebbero state uccise da Amato, che è in carcere dall’8 aprile 2023, con un mix di Sevoflurano, un anestetico, e Midazolam, una benzodiazepina.
Per i giudici d’appello, l’imputato non ha “attribuito rilevanza alcuna alla considerazione che la condotta omicida avrebbe pesantemente nuociuto ai due figli”, così come “non vi è traccia di rivisitazione critica alcuna di tale comportamento da parte sua”. Sul punto, la Corte spiega che questa valutazione non dipende dalla “negazione di responsabilità” da parte di Amato, ritenuta “un atteggiamento comprensibile in ogni imputato”, quanto piuttosto “dalla sua linea difensiva, che comporta la descrizione della moglie- in realtà madre e professionista medico inappuntabile- come di una donna affetta da lungo tempo da una dipendenza da benzodiazepine ormai incontrollata, incapace di autocontrollarsi e di astenersi dall’assunzione smodata di tali farmaci, fino a morirne”.
Ripercorrendo la vicenda, i giudici osservano che “il quadro complessivo accusatorio si è venuto a formare sostanzialmente per un caso fortuito”, vale a dire “il timore dei congiunti stretti delle vittime che i decessi potessero costituire proiezione di una patologia congenita tale da poter portare alla morte, in un futuro non remoto, anche loro”. Le modalità “dell’omicidio di Giulia Tateo, replicate poi fedelmente nell’omicidio di Isabella Linsalata”, si erano dimostrate, secondo la Corte, “efficaci ed estremamente subdole”, tanto che “nessuno aveva sospettato” che le due morti “potessero non essere dovute a cause naturali”. Dunque, si legge nelle motivazioni, “la ‘prova generale'” costituita dall’omicidio della suocera “aveva sortito risultati convincenti, assai prossimi all’obiettivo di fare luogo alla duplice soppressione senza conseguenza alcuna. Obiettivo, come detto, svanito per un caso fortuito”. Anche per quanto riguarda il movente del duplice omicidio, che comunque si inserisce in un quadro indiziario ritenuto “di estrema solidità“, la Corte d’Assise d’appello concorda con le conclusioni dei giudici di primo grado.
Da un lato, scrivono, “la prossima conclusione in sede giudiziale della vicenda coniugale, se da un lato eliminava l’ostacolo matrimoniale per una nuova, stabile e pubblica unione” con la donna con cui Amato aveva una relazione, dall’altro “poneva due problemi: la compromissione del rapporto affettivo con i figli, apertamente schierati con la madre, e un pesante pregiudizio patrimoniale, dal momento che il patrimonio complessivo familiare era pesantemente sperequato in favore della moglie”. È quindi “condivisibile”, secondo i giudici di secondo grado, “la considerazione effettuata dal primo giudice, laddove osserva che la morte della moglie prima della cessazione degli effetti civili del matrimonio avrebbe consentito di affrontare con successo entrambe le problematiche”. Infatti, scrivono, “la condizione di vedovanza avrebbe presumibilmente consentito ad Amato di non pregiudicare il rapporto con i figli, non potendosi ascrivere al padre il venire meno del rapporto coniugale con la madre, e parimenti avrebbe scongiurato la possibile nascita, all’interno della cerchia di amicizie e sociale di riferimento, di uno stigma ai suoi danni”. Inoltre, Amato “avrebbe conservato la propria qualità di erede legittimario pro quota di un cospicuo assetto patrimoniale”. Le considerazoni sul fatto di “presidiare quantomeno il proprio agio economico”, si legge poi nelle motivazioni, “si intendono sottese anche all’omicidio di Giulia Tateo”, affiancandosi all'”ulteriore movente” rappresentato dalla necessità di fare “una sorta di ‘prova’ delle modalità omicide di Isabella Linsalata”.







