VIDEO | Operatore umanitario Ong: “In Centrafrica 4 posti di terapia intensiva per 5 milioni di persone”

Francesco De Pasquale, che ha lavorato anche in Chad, Mozambico e Uganda, è appena rientrato a Napoli da una missione nella Repubblica Centrafricana
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NAPOLI – “Il blocco degli aeroporti e il blocco dei movimenti delle persone creano impedimenti a chi fa un lavoro, come me, di life-saving assistance perché nell’80% dei casi quello che facciamo serve a permettere alle persone di sopravvivere. Se non veniamo messi in condizione di portare assistenza si fa un danno non solo, nello specifico, all’attività di prevenzione per il coronavirus, ma anche per tutta un’altra serie di attività. Avremo, quindi, una crisi sanitaria sommata ad una crisi alimentare”. Lo racconta alla Dire Francesco De Pasquale, operatore umanitario di una Ong, rientrato a Napoli da una missione nella Repubblica Centrafricana dove “c’è una crisi umanitaria che va avanti dal 2013”. “I governi e le organizzazioni internazionali – chiarisce – dovrebbero fare pressione per aprire dei canali di comunicazione e permetterci di continuare a lavorare perché il rischio è che la crisi legata al coronavirus diventi un moltiplicatore di crisi preesistenti: se limiti il movimento di persone che non possono fare altro che muoversi, o gli porti da mangiare a casa o muoiono di fame. È una dinamica simile a quella che c’è in Italia, ma in Africa gli effetti sono amplificati per l’inesistenza di molti servizi di base”. Dopotutto, riflette Francesco, “se si è reso necessario che organizzazioni che normalmente lavorano in zone di guerra o in situazioni umanitarie disperate svolgano il loro lavoro nel Nord Italia, possiamo solo immaginare quanto sia ancora più necessario che lo facciano in alcune zone dell’Africa”. Francesco, rientrato a Napoli da poco più di una settimana, era a Bangui (capitale della Repubblica Centrafricana, ndr) da inizio febbraio. “Piano piano – spiega – tutto intorno i casi di Covid hanno iniziato a moltiplicarsi ad un ritmo inferiore rispetto all’Europa un po’ per le capacità diagnostiche dei vari Paesi, un po’ per la capacità delle persone di riconoscere i sintomi e correlarli al nuovo coronavirus”. Sono due gli aspetti che hanno spinto le organizzazioni a rimpatriare gli operatori. “Da un lato l’impossibilità di lasciare il Paese perché le nazioni limitrofe e quelle in cui fare scalo per rientrare in Italia stavano chiudendo le frontiere; dall’altro alcuni episodi di violenza verbale, come successo in Europa verso i cinesi, nei confronti degli europei che sono stati visti come gli untori”. L’organizzazione di Francesco ha valutato anche “la possibilità per noi di avere cure adeguate, considerando che in Centrafrica per oltre 5 milioni di persone ci sono solamente 4 posti di terapia intensiva” e ha quindi optato per il rientro del personale. Non tutti però sono riusciti a tornare a casa. “Io – prosegue Francesco – sono tornato con l’ultimo volo internazionale partito dal Paese, ci ho messo tre giorni considerando anche la cancellazione di un volo”. Da Bangui la prima tappa è stato il Kenya, con lo scalo all’aeroporto di Nairobi “dove c’era il caos perché stavano per sospendere tutti i voli internazionali e c’erano persone che vivevano lì dentro da oltre una settimana perché le loro destinazioni avevano chiuso gli aeroporti e il Kenya non accettava stranieri. Dopo aver passato anche noi una notte lì siamo riusciti a decollare per Parigi: lì l’impatto è stato forte, era deserto, il nostro era l’unico volo atterrato. Dopo un’altra notte in aeroporto siamo partiti per Roma e da lì, dopo tutti i controlli e le firme del caso, ho raggiunto Capodichino e sono arrivato a casa”. Del suo lungo viaggio di rientro Francesco tiene a sottolineare come “i componenti dello staff che ci ha portato da Nairobi a Parigi erano tutti in ferie, sono stati richiamati e si sono offerti volontari per operare il volo. Questo ci fa capire come ci siano persone di cui si parla poco, ma che svolgono funzioni importanti in questo momento di emergenza”.
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2 Aprile 2020
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